
[18 marzo, campagna pugliese]
[...]
Ogni albero
ha un davanti e un dietro.
Non necessariamente per colpa
della luce del sole.
Non necessariamente per il Nord e il Sud.
Attraverso il suo davanti,
io incontro l’albero,
attraverso il suo dietro, me ne accomiato.
E già mi manca, quell’albero.
[...]
Ko Un – Poeta per destino, Crocetti Editore, 2006
Traduzione di Vincenza D’Urso
via Poesia.it
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Angela,
mi piace molto la poesia che ci proponi, ed è quasi una novità in questo blog (una poesia intendo).
Un albero, specie uno come quello della foto, è un microcosmo, anzi un mondo. E la poesia lo dice bene.
La foto è bella, i colori e i rami dell’albero la rendono quasi tridimensionale e io, già mille volte con il pensiero, mi sono seduta sul terreno e ho poggiato la schiena sul tronco rivolgendo lo sguardo verso il giallo dei fiori e il colore caldo del suolo.
E la poesia è bella perchè dice cose che forse a molti sfuggono, leggendo la realtà a 360°, non dimenticando mai che esiste sempre un punto di vista soggettivo, diverso e da tenere in considerazione.
Per me non si tratta mai solo del davanti e del dietro dell’albero.
Almeno, ci provo.
Lisa e Andrea, sono contenta della condivisione.
La provincia è lenta, il paese ha la campagna che arriva in casa.
Sono fortunata.
Di mio c’è solo l’ossessione per le parole
a.
Angela grazie per aver condiviso ‘il tuo albero’. Io abito fuori città e ho un poco di giardino in cui ci sono otto querce e una roccia incastrata tra esse che sembra un sedile su cui sedersi e iniziare a sentire i rumori, i suoni che quel mondo fa incurante di noi.
Condivido con iomeneandrei l’idea nuova di Angela che propone in questo blog anche la poesia.
E’ soltanto da poco che mi sono avvicinato ad essa (la poesia in genere), considerata in precedenza da me – e a torto – una forma per estetizzare il proprio sentimentalismo (ogni volta che qualcuno mi leggeva una poesia sbadigliavo; e a scuola le rimuovevo non appena possibile).
Oggi, la poesia – almeno per me – è un’indicazione verso l’indicibile, un modo per comunicare all’esterno quella specie di ossimoro che ci spinge a oggettivizzare nell’individualità di un codice fluttuante l’universalità di un’esperienza soggettiva (ma che ho detto!?).
Ed adesso basta con il mio narcisismo: la poesia da te indicata – carissima Angela – è particolarmente comunicativa… “ti/ci” porta da qualche parte.
Anche la foto che hai messo mi piace.