“Se spegniamo le luci non ci vediamo in faccia e, quindi, non ridiamo”

Tra Polizzi Generosa, Petralia Sottana ed Isnello, ad una altitudine di circa 1.600 metri, si trova una ampia vallata, punto di partenza di sentieri che portano a Pizzo Carbonara, Monte Ferro, Monte Spina Puci e monte Mufara.

L’ampia pianura nel cuore delle Madonie, denominata Piano Battaglia, è delimitata da boschi di faggio e risulta essere attraversata, con periodica regolarità, da piccoli greggi di ovini che nessuno sa bene da dove provengano e dove vadano, vista, peraltro, l’assenza di fattorie nei paraggi.

Tale mistero sopra accennato, è reso ancor più fitto da un inqiuetante racconto resomi da un mio amico, il quale mi fece partecipe di un evento che, tempo ormai or sono, ebbe a capitargli.

Passeggiando, infatti, lungo il crinale nord che delimita l’altipiano, in mezzo ad una piccola radura, distinse in lontanaza un punto nero che spiccava, per curiosità di forme, tra il verde maculato della pianura. Spinto dalla curiosità e, più in generale, da quell’animo che permea il viandante escursionista (che non esiteremo a definire secondo il gergo comune: fancazzismo), decise di farsi avanti e controllare di persona quella visione che in lontananza sembrava indistinta.

Nel procedere, ecco, che quell’apparizione, dapprima informe ed indistinguibile, cominciò a prendere una sua consistenza ed una sua nitidezza, non certo, tuttavaia, una sua intellegibilità. Si trattava, infatti, di un uomo distinto ed elegante, comodamente seduto su di una poltrona di pelle scura, stile old saddle, il cui volto risultava coperto dalle ampie falde del giornale che stava leggendo.

Nel farsi avanti e prima che potesse aprir bocca, posto che qualche parola in quella singolare situazione avesse potuto proferire, il mio amico ebbe a distinguere all’udito il tintinnio sordo di alcune campanelle: si trattava di uno di quei greggi che, come detto, chissà come e chissà da dove, improvvisamente appaiano nella pianura madonitica.

Così, distratto, per così dire, da quell’altra inaspettata manifestazione, rimase a guardare il gregge condotto da un signore alto ma curvo, dal profilo sinistro, con in mano un bastone simile ad una ferula pastorale, e, per un attimo, gli sembrò di incrociare il suo severo sguardo.

L’uomo sulla poltrona piegò il giornale sulle ginocchia, fissò il mio amico con aria disponibile ed incuriosita. Preso in mezzo fra quelle che, indubbiamente, costituivano due visioni quasi oniriche, il mio amico chiese con cortesia all’uomo sulla poltrona chi fosse il signore che conduceva quel gregge così misteriosamente ed inaspettatamente apparso.

L’uomo sulla poltrona fissò il gregge che andava scomparendo; poi, dopo una pausa, rivolgendosi al suo interlocutore rispose:

<<Il Signore, è il mio pastore>>.

Tutto è iniziato più o meno così, quando, dopo molti anni, si è cominciato ad avvertire il bisogno di tenere delle cronache circa le apparizioni del Grande Cocomero.

Giusto per tenere una luce accesa sulle vicende che appartengono, più che a questo, al mondo degli orti

Informazioni su Avv. Gerlando Gibilaro

Avvocato - esercita presso la Corte di Appello di Palermo

  1. caro neldrago,
    dopo giorni di malessere fisico, che continua invero anche oggi, posso dire che non “manco di nulla”; ovviamente dopo averti letto.
    Certo, già mi comincio a spaventare: tu sei uno scrittore, io un parolaio, e non sarà facile mantenere il livello. Ma l’obiettivo non è questo.
    Questa del pastore, è una cosa che mi farà sempre sballare; non prendermi per egocentrico. Mi fa ridere in se, ma è per me una pietra miliare, qualcosa che fissa un oggetto nello spazio/tempo.

    Non c’è dubbio guardarsi in faccia è importante!!

    baci,

    a

  2. neldrago

    Ho cercato qualcosa che, come hai detto tu, fissasse nel tempo un oggetto, un momento, che si potesse considerare l’inizio, ma anche che fosse una sorta di “lingua comune” (la lingua delle “mezze-parole”).
    Poter dire “ecco, tutto è iniziato così”.
    Come tutti gli inizi, questo appartiene alla tradizione orale, a quella tradizione che è destinata ad essere ampliata, modificata ed infine cancellata dallo scorrere del tempo.
    Questo inizio, no.
    Dopo giorni ho pensato: “questo deve essere l’oggetto, la pietra, se sarà forte reggerà”. Questo, in definitiva, deve essere lo spirito, senza stress, ma con un po’ di attenzione ed ostinazione.
    Le “cronache del Grande Cocomero” appartengono al gusto del reale e del surreale, sapore che accomuna noi tutti.
    Ho voluto recuperare, così, un tuo racconto, caro a., che appartiene, come detto, alla tradizione orale e che, come tale, nella nostra di storia, è diventata una sorta di lingua comune, una sorta di “mezza-parola”.
    …Ma in fondo “che ve lo dico a fare…”

  3. Pingback: Tutti i figli de il Grande CoComero « Il grande CoComero

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