25 Aprile

Domani è il 25 aprile. Domani è la festa della Liberazione.
La mia formazione comunista non mi ha fatto pensare, come ha già fatto P.K. Dick, a cosa sarebbe l’Italia e il mondo se le cose fossero andate diversamente, né a chi aveva ragione e chi torto, sono questioni che appartengono alla Storia.
Non ho ripensato ai morti per i loro ideali, né alle atrocità commesse in guerra.
Ho ripensato, invece, a quanti anni ci separano da una generazione che poneva alla base dei propri discorsi e della propria quotidianità l’impegno.
L’impegno nei discorsi dei partigiani trucidati e perchè no, anche di quei fascisti della Repubblica di Salò che sposavano una causa ormai persa.
L’impegno come coscienza sociale.
L’impegno che ci vuole anche nelle piccole cose: dal gestire e scrivere un post in un blog, a sfogliare una rivista.
L’impegno come necessità, dettata dalle contingenze storiche, ma anche come stile di vita… e di morte.
L’impegno per coloro per i quali non era immaginabile un modo di vivere la propria vita diversamente.
L’impegno che nasceva nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, per la strada…
Dov’é finito? Che cosa siamo? Come siamo finiti?
Buona Liberazione a tutti.

 

(Foto di Alessio Michelini – Darkmavis)

 

Informazioni su Avv. Gerlando Gibilaro

Avvocato - esercita presso la Corte di Appello di Palermo

  1. iccudrac

    Ogni volta che ci penso su, a questa cosa dell’impegno, dico, mi perdo in un vortice di qualunquismo. Non mi riesce di buttare fuori uno straccio di idea originale. Ogni nuova teoria la ritrovo sui libri di storia e finisco per essere come mio padre, come mio nonno, come gli avi nella spirale del prima eravamo tutta un altra cosa. Quelli che oggi si dovrebbero impegnare io onestamente non li conosco. Una cosa la so, però. Ho aspettato per una vita di crescere per realizzare tutte le mie idee rivoluzionarie ed adesso non ce ne sono più.
    Ora tocca agli altri, io sono fuori gioco, noi siamo fuori gioco, all’orizzonte non vedo nulla di buono. Sarà colpa mia…

  2. Non credo che si debba essere necessariamente “originali” nel parlare di impegno.
    Quasi che un concetto per essere rilevante debba necessariamente essere originale.
    I concetti assumono, per così dire, originalità, ma ancor di più rilevanza, a seconda della voce che li coniuga.
    Ed è per questo motivo che, parlando di impegno, citare cosa sia e come dovremmo essere (come ho fatto nel mio post) lascia il tempo che trova.
    Meglio, molto meglio cominciare a fare…

    Non credo, poi, che nessuno possa chiamarsi “fuori” a qualunque età e qualunque sia stato il suo passato.
    Ho visto di sbircio la manifestazione del 1 maggio alla televisione e, fra Modena City Rambles e comapari, ho avuto l’impressione che il così detto comunismo, l’essere rivoluzionari o meglio l’essere impegnati, sia definitivamente diventato un fenomeno degno delle pagine dei rotocalchi dedicate alla moda e costume.

    Intendiamoci, non che durante il mio liceo fosse diversamente.
    Ho ancora negli occhi i radical chic di Palermo darsi arie da intellettuali di sinistra salvo sorprenderli in discussioni degne del miglior qualunquismo disimpegnato (robba antesignana delle trasmissioni di Maria De Filippi).
    L’importante, comunque, era: esserci alle manifestazioni, per così dire, impegnate ed in quei salotti alternativi di una Palermo, questa volta sì, impegnata in frivoli dopocena per ammazzare la noia di una esistenza avvezza al disimpegno.
    Due qualunquistiche chiacchiere di politica tra la “Rete” di un impegnato Orlando (impegnato poi in che cosa?) e discussioni degne del miglior Boselli… Uomini e donne che avevano per opinion leader Bordon…
    E poi? E poi basta, che altrimenti si era noiosi. Bisognava solo accennare ai problemi e comunque trattarli secondo un canovaccio qualunquista in cui bisognava, per così dire, essere originali se si voleva “apparire” e mettersi in bella mostra: brutte copie, bruttissime copie alla “Ridicule” in cui non si diceva niente ma comunque era importante dirlo.

    Ed io? Io non mi sono impegnato un granché… Anzi non mi sono impegnato affatto.
    Una cosa la so, però: c’è chi lo ha fatto ed io, o per età o per pigrizia, non c’ero.

  3. Enrico

    La liberazione è quì ed ora. La liberazione è quel mito necessario che fa sì che la mitologia entri nella storia, per far si che l’utopia diventi realtà nell’incrocio che fonde il corpo con l’intenzione.
    La liberazione è vigilanza, per non cadere nel totalitarismo di verità relative o nel relativismo di verità che, invece, sono universali.
    La liberazione è lavorare per vivere con gli altri, perché noi siamo gli altri: quelli che ci hanno preceduto, e quelli che verranno dopo di noi.

  4. Benvenuto Enrico!! Non ci conosciamo, ma jerry mi ha parlato molto di te e sono contento tu sia passato da qui.
    Ritorna quando e come vuoi.

    Alla prossima,

    a

  5. Enrico

    Grazie a te iomeneandrei.

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