Euripide, Sofocle e l’opencontent

Che cosa collega le rappresentazioni delle Tragedie Greche a Siracusa con i nuovi orizzonti di sviluppo economico? Come implementare produttività e marketing attraverso l’utilizzo sociale? Quali sono i limiti e la portata dei diritti d’autore?

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Per il XLIII Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa, dal 10 maggio-24 giugno 2007, si tengono le rappresentazioni delle Tragedie Greche curate dall’INDA (Istituto Nazionale per il Dramma Antico).

Il programma di quest’anno prevede la messa in scena dell’Eracle di Euripide (Regia di Luca De Fusco, traduzione di Giulio Guidorizzi, Scene di Antonio Fiorentino, costumi di Maurizio Millenotti, musiche di Antonio Di Pofi, coreografie di Alessandra Pazavolta) e delle Trachinie di Sofocle (Regia di Walter Pagliaro, traduzione di Salvatore Nicosia , Scene e costumi di Giovanni Carluccio, musiche di Arturo Annechino, coreografie di Silvana Lo Giudice).

Aldilà della possibile riuscita artistica delle rappresentazioni, la visione delle tragedie rimane uno spettacolo altamente suggestivo.

Innanzi tutto emerge la modernità del teatro tragico greco e dei temi da esso trattati. Le paure, le miserie e le fragilità dell’uomo e del suo destino, infondo, sono sempre le stesse.

L’orario è quello del tramonto e le luci, inevitabilmente, diventano più scure con l’avanzare della rappresentazione e del conseguente consumarsi del dramma messo in scena.

Il luogo della rappresentazione è certamente uno dei più evocativi. In questi casi, come quando mi ritrovo a visitare luoghi e dimore di un passato remoto, non posso fare a meno di ripensare agli uomini che popolavano e affollavano questi luoghi. È così che, credetemi, comincio a sognare ad occhi aperti e vedo emergere dalla stessa terra intrisa di storia, i fantasmi di attori e spettatori nelle loro tuniche aggirarsi per l’anfiteatro. Come non pensare: calpesto la stessa terra, tocco la stessa pietra, sono nello stesso luogo in cui quasi 2500 anni fa altri uomini e donne si riunivano, vivevano, provavano emozioni.

Dall’altoparlante una voce mi avverte dell’imminente inizio della rappresentazione e invita:

1) a spegnere i cellulari;

2) a non usare i flash;

3) a non usare macchine fotografiche o video camere.

Il risultato è che squillano i cellulari, scattano all’imbrunire i flash e il pubblico riprende amenamente la rappresentazione.

No, non è questo un articolo sul grado culturale della platea o quanto meno sulle minimali regole di educazione (se non altro) da osservare durante una rappresentazione.

Le mie perplessità sono scattate sulla terza raccomandazione, ovvero sull’invito a non usare macchine fotografiche o video camere.

Infatti, che danno posso arrecare scattando delle foto (ovviamente senza flash)?

La risposta più ovvia è quella che lega la ripresa delle scene alla tutela dei diritti d’autore.

Ma, a ben guardare, questo modo di ragionare rientra in logiche e schemi di vecchio, vecchissimo stampo.

Nel sito dell’INDA sono presenti copiose e numerose le fotografie autorizzate, tratte dalla rappresentazione degli spettacoli. Sono delle belle fotografie, fatte da professionisti con delle attrezzature importanti e sopratutto da posizioni privilegiate per ritrarre la scena. Molto probabilmente alcune di queste foto verranno raccolte in volumi o utilizzate in volantini o brochures per essere pubblicate.

Tali immagini, è ovvio, è giusto, è comprensibile, sono tutelate dai diritti d’autore.

La mia perplessità risiede nel vietare al pubblico di ritrarre le suddette scene. Ripeto: a chi e quale danno posso arrecare scattando delle fotografie per uso personale e, comunque, esplicitamente non commerciale?

A nessuno; semmai posso fare pubblicità, invogliare altri a partecipare alle rappresentazioni o anche ad acquistare dei volumi inerenti ad esse. Posso, in sostanza, contribuire ad arricchire il grado culturale dell’evento.

E quand’anche dovessi registrare degli spezzoni dell’opera, non comprerei, forse, un’edizione in dvd qual’ora questa fosse pubblicata?

La tutela dei diritti di autore sempre di più si è espansa sino a diventare un sistema che corrode se stesso. Infatti:

– risponde a vetuste logiche di sfruttamento di un opera anche aldilà di una rilevanza dei beni da sottoporre a tutela;

– non si comprende l’effettiva portata e la funzione di tali limitazioni imposte in base a generici diritti da salvaguardare. Diritti che rimangono improduttivi, sviliti nella loro funzione;

– imposizioni che diventano controproducenti,(anche economicamente), per gli stessi titolari dei diritti;

– norme che vengono regolarmente infrante e prive di qualunque sanzione vista l’impossibilità pratica di perseguirle civilmente e penalmente.

Mi spiego meglio. Sempre di più assistiamo a casi in cui i titolari dei diritti, per così dire, d’autore (ovvero coloro che ne detengono la titolarità dello sfruttamento economico), tendono ad ammantare qualunque parte della loro opera del fatale mantello di Nesso (è il caso di dire per citare le Trachinie), i cui diritti di copyright soffocano e bruciano qualunque produttività. La propria creazione diventa una sorta di limone che deve essere spremuto si quando non ha più succo da dare. E, quand’anche, io autore (o produttore) non possa utilizzarla a pieno (per disinteresse, per mancanza di risorse o di creatività), l’importante rimane, comunque, far sì che altri non possano in alcuna maniera usufruirne.

Per cui ci si tutela anche con riferimento a quelle parti di un opera che mai verranno sfruttate dagli autori, impedendo ad altri di trarne beneficio ed, in definitiva, pur di impedirne l’utilizzo ad altri soggetti, gli autori stessi preferiscono privarsi del beneficio che l’altrui uso potrebbe portar loro.

Ci si tutela anche quando agli autori non importa se la propria opera possa essere utilizzata, a determinate condizioni, anche da altri soggetti.

Questo non è reale progresso. Vi è progresso, anche secondo le regole dettate dalla nostra stessa costituzione e comunque dal sistema economico, quando la cultura, la tecnologia (intesa anche come arte del saper fare), la conoscenza sono, e possono essere, per tutti.

Provate ad immaginare, invece, quale sarebbe il radicale cambiamento di prospettiva se chi ha i diritti di autore dicesse:

Potete fare le foto a condizione che non alteriate l’opera e ne facciate uso personale e comunque non commerciale. Per altri utilizzi contattateci.
Buona Visione!

Tale impostazione non contraddice in alcuna maniera né la logica del profitto, né la tutela dei diritti d’autore. Più benefici per tutti (anche quelli più impensabili), più diritti, più legalità, più business.

Queste idee nate anche grazie alle licenze Creative Commons (vi rimando alla spiegazione audiovisiva), e allo svilupparsi delle idee opencontent, sembrano essere ancora un miraggio nella logica artistico-imprenditoriale italiana (ma anche Europea e Mondiale).

Su Nova 24 del 24 maggio 2007, a pag. 13 campeggia un articolo dal titolo: “L’open source ripaga”. Vengono analizzate, (un po’ sommariamente, ma efficacemente), le scelte imprenditoriali della Sun Microsystem, una delle maggiori società impegnate nella filosofia (economica) open source.

Alcuni dati tratti dal suddetto articolo:

7,5 milioni gli utenti che hanno gratuitamente scaricato da internet Solaris 10 negli ultimi due anni e si sono registrati sul server della Sun Microsystem; 6 milioni sono gli sviluppatori software attivi sulla piattaforma java, sia per applicazioni d’impresa che distribuite su pc, telefonini, sensori, set-top box e giocattoli; 5 miliardi il complesso di dispositivi intelligenti a tutt’oggi abilitati java. Tra questi 1,8 miliardi di cellulari in funzione, l’area ancora in maggiore crescita.

Don Grantham vicepresidente della Sun continua riferendosi agli utenti che hanno provato Solaris 10: “Provano e usano l’ambiente, e poi fanno un contratto con noi, via web, per servizi (aggiornamenti, applicativi…), ci fanno entrare in trattative che prima non avremmo nemmeno saputo, si avviano relazioni commerciali nuove”.

L’open source e l’opencontent diventano, per dirla alla Stallman, una valvola di sfogo per un nuovo orizzonte di sviluppo.

Non si tratta, quindi, di legalizzare la violazione di diritti, ma di valorizzare ulteriormente la creatività, la produttività, la legalità, la crescita sostenibile.

In ultimo vorrei citare un saggio di Simone Aliprandi “Capire il Copyright” edizione Primaora, pubblicato con licenza Creative Commons. Si tratta proprio dell’ultima pagina:

Nonostante il particolare regime di copyright di questo libro ti consenta di riprodurlo liberamente, considera l’ipotesi di acquistarne una copia originale. Il prezzo di copertina particolarmente basso (€ 13,00 ndr) fa sì che l’originale costi meno di una copia artigianale. Avresti così un oggetto più gradevole e manegevole e contemporaneamente sosterresti questo tipo di editoria“.

Non viene anche a voi voglia di acquistarne una copia?

(Nella foto da me scattata un leone nel set vuoto dell’Eracle di Euripide nella trasposizione scenica di Antonio Fiorentino per le rappresentazioni di Siracusa nella stagione 2007).

Informazioni su Avv. Gerlando Gibilaro

Avvocato - esercita presso la Corte di Appello di Palermo

Un Commento

  1. a proposito di copyright, vi segnalo questo filmato, umoristico e didattico

    Qui le informazioni sul filmato

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