La Chimica della Morte

Simon Beckett, La Chimica della Morte
Ed. Bompiani – 2006
pp. 442, EURO 18,00

Ogni anno puntualmente, nei primi giorni d’estate, nella vergogna della mia cameretta, mi dedico alla lettura di quei libri che mai mi sognerei di portare a passeggio. Nel corso degli anni, sempre nei primi giorni estivi (non so perché, ma è così) provo una goduria infinita nel leggere best-seller del calibro di Jurassic Park di Crichton, oppure Il Socio di Grisham (autore che pluripremiato dal sottoscritto con il premio 5 tavolozze*), ovvero ancora I Pilastri della terra di Follet. Tutto iniziò un estate di molto tempo fa con Absolute beginners di Colin MacInnes. Sono libri di cui non parlo nelle conversazioni; quando qualcuno accenna alla loro lettura, faccio lo gnorri; se mi si chiede un commento, abbozzo.

Non crediate che il mio sia stupido intellettualismo, questi libri sono per me una cosa privata (come l’andare al gabinetto, appunto), rappresentano il momento del disimpegno che arriva con l’avanzare dell’estate. Non ne parlo perché spesso le persone attribuiscono a questa letteratura valori o meriti davvero fuori luogo.

In tal senso il romanzo di Beckett non riceverà certo il premio 5 tavolozze perché vive di stereotipi davvero troppo banali.
Però ha un merito: non è un romanzo falso, non è un romanzo in cui l’autore ti propina le sue letture da bignami fatte per scrivere il libro – come, invece, fa sempre Crichton. Non è un libro nel quale ti si vuole stupire con effetti speciali; non è un romanzo, infine, nel quale all’ultima pagina, non hai capito come è andata a finire.
E’ un thriller, se vogliamo, nel senso più classico del termine. La trama è abbastanza chiara, la lettura scorre veloce e, tutto sommato, piacevolmente. I personaggi delineati bene ma freddi (non ti appassioni a nessuno, anzi li manderesti tutti a quel paese, appunto dove vivono: Manham).
La storia si svolge nei mesi estivi in un paesino dell’Inghilterra dove un medico si è rifugiato per sfuggire al dolore per la perdita della moglie e della figlia morte tragicamente in un incidente (evabbé). Puntualmente sbuca il serial killer di turno, quindi: un po’ di horror (ma neanche tanto), un po’ di amore (secondo lo schema più classico medico/maestra del luogo), un po’ di suspance finale, shekerate tutto e servite con una fetta di arancia e un ombrellino.

Non voglio parlar male di questo libro che in altri tempi si sarebbe preso i miei improperi più sdegnosi. Non voglio, come detto, perché è un libro onesto e sopratutto, nell’assoluto vuoto televisivo, mi ha fatto passare dei momenti tutto sommato piacevoli.

Ad esempio: mirabile il momento in cui, verso l’una di notte mentre leggevo con la luce accesa del mio comodino, nell’istante in cui banalmente l’assassino si accingeva a rapire la sua vittima, sento distintamente da dietro la porta una flebile voce:
Gerlando… Gerlando…
Sono schizzato letteralmente sul soffitto mandando aff…
Era mio padre che, nei suoi pellegrinaggi notturni, voleva sapere se stavo dormendo e se mi andava un po’ di tè freddo.
Lo so, è una cosa banale, ma voi avete presente mio padre (zio Zucchino) che fra le urla si sente letteralmente mandato aff….?

(*) Premio annualmente attribuito dal sottoscritto al miglior libro da gabinetto.

Informazioni su Avv. Gerlando Gibilaro

Avvocato - esercita presso la Corte di Appello di Palermo

  1. Certo che come titolo per un libro da gabinetto è perfetto!!! Ci faccio caso solo ora. Sei un genio involontario.

    Per me la lettura “di cacca” per antonomasia è topolino; ovviamente quello di 20 anni fa. A volte li riprendo, e rimangono “attivi” anche per più di dieci volte!!!

    Il premio tavolozze bisognerebbe inventarlo, ma come sempre ci avrà già pensato qualcun altro.

  2. Gerlando,il tuo libro mi ricorda il mio lavoro, i miei studi:CHIMICA.Io non ho letto questo libro ,ma leggere questo titolo mi ha fatto fare un sobbalzo: bum,bum.I miei anni con la chimica sono stati anni di vita.La mia “meglio gioventù”,il terremoto del 68,la scoperta della differenza tra essere ed avere,l’incontro con Borruso,le lotte e le risate con alcuni miei colleghi,la nascita dei mieri figli, gli studenti……..e tantissimo altro ancora.Potrei scrivere una specie di diario di Anna F…… ma i ricordi mi gridano le mie mancanze e quindi W la chimica per la sua magia.ciao

  3. angela

    Ciao, ti trovo bene. Forse un pò ingrassato?
    Sempre genio e meno sregolatezza, chissà!
    Questo libro me lo hai consigliato, una volta. Non l’ho ancora letto!
    ange

  4. Pingback: La quarta dimensione « Il grande CoComero

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