Ombre di compassione

ombre di compassione
(foto di Enrico Spedale)

Per un’ecologia planetaria si dovrebbe forse comprendere il mondo da una prospettiva altra; e per fare questo, bisognerebbe confidare maggiormente sul ruolo che la natura ci ha affibbiato.
Non credo in alcuna concezione escatologica delle cose né in una teleologica dell’universo, ma so con certezza che ognuno di noi ha un ruolo che non si inserisce – ripeto – in nessun disegno divino.
Nella sospensione di senso a cui ci rimanda a volte il caso possiamo intravedere anche la malinconica richiesta di una compassione cosmica, incisa nell’ombra di un albero. Nella foto ciò è perfettamente evidente: commuoversi di fronte al mistero di ciò che si dà. Non c’è alcun senso (quest’ultimo ricadrebbe sempre nell’esigenza di un ego ipertrofico che non sa mai mettersi da parte, e che crea Dio perché non sa accettare la propria finitezza); ed è per tale ragione che tutto è meraviglioso e tremendo.

Esiste una rivelazione? Sì… Quando si capirà che non c’è nulla da capire che non sia altro da questo incomprensibile nulla.

 

  1. Ho letto con attenzione il tuo articolo.
    Il primo punto che mi ha fatto riflettere è quello in cui dici:
    “Non credo in alcuna concezione escatologica delle cose, né in una teleologica dell’universo; ma so con certezza che ognuno di noi ha un ruolo che non si inserisce in nessun – ripeto – disegno divino.”
    Mi chiedo, allora: qual’è questo ruolo che a noi tocca “recitare”?

    Successivamente dici:
    “possiamo intravedere anche la malinconica richiesta di una “compassione cosmica” incisa nell’ombra di un albero”.
    E concludi il concetto con: “non c’è alcun senso (…)ed per tale ragione che tutto è meraviglioso e tremendo”.
    Vorrei essere sicuro di aver capito: mi sembra che ti riferisci al fatto che la bellezza di un momento (o l’orrore, la tristezza, la gioia o la malinconia … etc.) si risolva in definitiva in quella che tu chiami “sospensione di senso”, ovvero se ho ben capito “il nulla/casuale” (e non causale).

    Concludi, infatti, dicendo “Esiste una “Rivelazione”? Si. Quando si capirà che non c’è nulla da capire che non sia altro da questo “Nulla””

    Se è questo qui sopra evidenziato il senso del tuo discorso, devo tuttavia evidenziare che può essere interpretato secondo una diversa prospettiva rispetto al senso che vuoi dargli.
    Ovvero: non è vero che dal nulla “niente può nascere”!Di per sé il nulla genera bellezza, tristezza, gioia… etc. etc. Quasi fosse un big beng emozionale iniziale (e forse è proprio così leggendo le Cosmicomiche di Calvino).

    Tuttavia rimane una domanda:
    se il nocciolo della bellezza (o di quant’altro) di un momento risiede proprio nell’assenza di senso di questo, qual’è la discriminante che differenzia i vari sentimenti se poi tutti sono irrimediabilmente riconducibili al nulla?

  2. fangospaziale (Enrico)

    Alla tua domanda non è facile rispondere: tenterò. la sospensione di senso è da intedersi (nel mio discorso) come esperienza di disorientamento da quella totalità emozionale rappresentata dall’ego. Non è la differenza di emozioni che mi interessa (riconducibili al quotidiano con la rabbia, la gioia, la noia e quant’altro), ma quel senso di stordimento che ci travolge quando ci troviamo di fronte a qualcosa che sfugge ad un’immediata razionalizzazione. Tu dirai: ma anche quando si provano forti emozioni ci si orienta con difficoltà, essendo quello un luogo impervio per la ragione. Si, ma lì siamo sempre dentro una dimensione estetica, indirettamente dentro dei codici di matrice storico-culturale che ne determinano il formarsi (delle emozioni), e la loro codificazione simbolica nell’arte.

    Quando sono passato da quel punto della nostra città, ho detto: “che cos’è?”. Quell’ombra mi diceva qualcosa. E’ chiaro che poi – in un secondo momento – l’ho “estetizzata” nella composizione dello “scatto” fotografico. Ma il vero attimo emozionale di quell’incontro con l’ombra non ha trovato in realtà referenti nella mia “sfera emozionale mondana”: era bello, brutto… chi lo sa? Non saprei dirlo. Ecco perché parlo di “nulla” che fonda un ruolo non “escatologico”. Questo nulla non può essere detto, ma impone, paradossalmente, di essere indicato come chiave per capire cosa siamo e dove “non-andiamo”; anche con uno scatto fotografico.
    Mi auguro di aver fatto centro, o, quantomeno, di essere riuscito a chiarire in parte la prospettiva del mio discorso senza eludere la tua “puntualissima domanda”.

  3. Certo anche grazie alla foto di Enrico ci si avvicina alla “Verità”.A tutti è capitato di trovarsi di fronte a un paesaggio, a un volto, ad un’opera d’arte, e di provare “emozioni”.In un movimento che va dal soggetto,all’oggetto(la “cosa” osservata)e che ritorna al soggetto.E tuttavia questo movimento è soltanto apparente, perchè tutto rimane “dentro” il soggetto.E’ un movimento interno.Quello che ci emoziona in questa foto,o quando ci troviamo di fronte all’oceano per esempio,non è la cosa in sè, ma piuttosto l’immagine che per noi rappresenta.E questo ci da gioia,emozioni.L’uomo si avvicina a e stesso, incontrando l’immagine, che è il prodotto dell’immaginazione.Ovviamente tutto cio’, non è conoscenza,bensì apparenza.E tuttavia attraverso l’apparenza,è possibile provare qualcosa di speciale, di profondo.E’ come se, incontrando l’immagine, ci allontanassimo dal mondo per com’è, e cioè frutto della relazione tra causa ed effetto,e ci avvicinassimo ad un mondo “diverso”,piu’ alto.Ci allontaniamo dalla relazione causa-effetto, e diventiamo forse più liberi per un momento, e questo ci emoziona appunto.

  4. La tua interessante notazione, Dago, mi ha fatto pensare ad un teologo fattomi conoscere proprio da Fangospaziale: Meister Eckhart, vissuto nella seconda parte del 1200.
    Mi ci ha fatto pensare quando dici “Ci allontaniamo dalla relazione causa-effetto, e diventiamo forse più liberi per un momento, e questo ci emoziona appunto.”
    Diceva, infatti, Eckart (sintetizzando): Se vuoi arrivare a Dio, liberati di Lui.

    Rimarrà, comunque, sempre questo grande mistero: da dove provengono e dove vanno le nostre emozioni.
    Se riusciremo a non rispondere a queste domande, forse, ci salveremo.

  5. Quanto scritto da Enrico , da Roberto e da Gerlando, in modo così interessante,ha messo a fuoco il fatto che la vita, o meglio gli anni del nostro stare al momdo ,non è altro che il coltivare le nostre illusioni.E le illusioni non sono altro che le nostre emozioni di cui non si conosce e non vogliamo conoscere la genesi. Ho ,tra i miei libri, “La via del distacco” di Eckhart ( a cura di Marco Vannini) e desidero riportare quanto scritto nella prefazione.”Con un completo rovesciamento rispetto al pensare comune, il maestro medioevale invita a fare il vuoto in se stessi,a disappropriarsi di tutti i legami contingenti -compresi i desideri,i progetti,i sentimenti- per fare entrae l’Assoluto.Unito a Dio l’,uomo in cammino che guarda senza sbigottirsi ma con onestà e coraggio nel fondo della sua anima ,esperimentando solo gioia infinita in ogni tempo,luogo e situazione:un messaggio forse scandaloso ma senza alcun dubbio di una spiritualità altissima”
    Ci salveremo anche ,parlando con Gerlando,se troviamo per strada qualcuno con cui correre.Qualcuno con cui correre è anche un libro di David Grossman,edito da Mondadori.

  6. fangospaziale (Enrico)

    Ragazzi! Mi fa piacere aver introdotto, senza volerlo, un “quasi-forum” sul senso della vita; tra l’altro partendo semplicemente da una riflessione su una mia fotografia. In quanto ad Eckhart – autore sul quale ho redatto una breve, seppur intensa, tesi – posso dirvi che è molto “pericoloso”; “scandaloso” forse(cara Mafalduccia) per un certo tipo (non voglio fare polemiche) di pensiero cattolico. Non è infatti un caso che Eckhart sia stato tra i pensatori più stimati da Nietzsche, Schopenhauer, Martin Hidegger e Gustav Jung, soltanto per citarne “alcuni”. Invito tutti coloro che leggeranno questo post a conoscerlo, ma non in maniera “turistica”; magari ritornando diverse volte su quei passi che risultino strani o paradossali.
    Eckhart parla di un non-io, che sta nel fondo dell’anima, quale luogo in cui si esperisce una continua rinascita. Luogo in cui non c’è direzione o verso. E forse l’arte altro non è che il tentativo degli uomini di comunicare questo sottilissimo varco con l’infinito.
    Sono troppo retorico? Probabilmente sì. Ma credetemi… è così.

  7. Enrico ciao.Io sono laica,fortemente laica ,ed ho solo voluto riportare la prefazione del…”la via del distacco”,scritta da Marco Vannini.
    Ma da tempo avverto ,pur non avendo dimestichezza con la fede, l’essenza di un sentire infinito che l’arte ci consente di confermare.
    Enrico sei forte comunque!!!!!

    nota:io sono la fortunata mamma di Dago ed Andrea

  8. fangospaziale (Enrico)

    Allora sei una mamma eccezionale. Complimenti!
    Se l’albero si giudica dai suoi frutti – e non solo dalle sue ombre “compassionevoli” -, devo aggiungere che hai colto nel segno di ciò che ho tentato di dire (mi riferisco ovviamente al tuo precedente commento, al riferimento a “La via del distacco”).
    Correre insieme è condividere anche le proprie idee in un blog come questo di Gerlando.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: