Quando si parte per sempre…

 

deltaplano3.jpg (foto di Enrico Spedale)

Non so se in questo blog si sia mai parlato di morte. E’ un argomento troppo importante: forse è l’ Argomento con la A maiuscola.

Domenica è stata un brutta giornata per me. Sono venuto a conoscenza dell’improvvisa scomparsa di un uomo che per un certo periodo della mia vita ha frequentato casa dei miei, essendo stato, nei primi anni ’90, l’ex fidanzatino di mia sorella.

Edoardo Bonomo (non ometto il cognome perché nell’ultimo gate, la morte, prima di strapparci via, chiederà la consegna definitiva della nostra carta d’identità: non saremo più cittadini di alcuna nazione) se n’è andato per un infarto fulminante all’età di quarantadue anni. Qualche anno fa lo incontrai casualmente sotto casa mia. Stentò a riconoscermi. Mi sottolineò amichevolmente che gli ricordavo Bud Spencer per la mia corpulenta mole e per la lunghezza dei miei capelli (tipo “camionista americano” ). A parte i miei ricordi, che si accavallano nell’arco di tempo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, l’averlo visto per l’ultima volta con i jeans e la maglietta all’interno dell’ultima residenza lignea, con le labbra violacee ed il volto tirato per lo “strappo”, mi ha fatto comprendere come i sentimenti che nutriamo verso gli altri siano, il più delle volte, ignari a noi stessi. Ho pianto senza capirne il perché. Ho provato grande compassione per la sua persona, per i suoi sforzi di lavoratore (in banca è dura), per le sue passioni (la motocicletta, il mare e gli aeroplani in primis) e, forse, per la sua incredibile sfortuna. Siamo tutti dei condannati a morte (lo sappiamo), ma a volte – non so per quale ancestrale motivo – il senso della fine si carica di valenze oltremodo profonde, che (alla faccia degli psicologismi del cavolo) non possono essere spiegate con semplicistiche identificazioni proiettive o con il ripristino fortificato di sommerse ansie di morte (sono un ipocondriaco D.o.c.).

Di lui ricorderò sempre il sorriso impacciato e la sua congenita difficoltà a comunicare le proprie emozioni, che lo portavano spesso a difendersi con una pungente ironia. A onor del vero non sempre risultava simpatico; ma, forse, proprio per tale ragione lo apprezzavo, perché in questo suo atteggiamento ritrovavo una parte del mio modo d’essere.

Edoardo… dovunque tu sia adesso – se sei in qualche luogo trascendente e migliore di questo ingiusto che hai appena lasciato -, sappi che rimarrai sempre nel ricordo dei miei genitori, del mio, ma, soprattutto, in quello di mia sorella Alessandra.

Addio Edoardo

  1. Sì, abbiamo parlato di morte.
    nelle diverse sfaccettature di quest’ultima: Da montagna longa, al 25 aprile, ed in molti altri post.
    Mai, comunque, con riferimento ad un vento al contempo personale e contingente.
    Questo ha creato in me, devo essere sincero, un po’ di imbarazzo. Non sapevo cosa scrivere come commento. Se scriverne uno.

    Mi sono convinto a scrivere quando ho pensato all’atteggiamento di molti che preferiscono schernirsi (miseramente) davanti a questo tipo argomenti (troppo impegnativi per una vita al sole).

    In definitiva la parola scritta è già di per sé il tentativo di arrestare l’avanzata del nulla.
    E’ una battaglia persa, lo si sa sin dall’inizio.

  2. Quando ho letto il titolo del post, ho subito ricordato una persona conosciuta diversi anni fa durante il servizio civile.
    Facevo assistenza a malati di distrofia muscolare e sclerosi a placche, ed uno di loro diceva spesso: “eccaro mio (pausa), se parto me ne vado (pausa), se parto me ne vado …”.
    All’inizio mi sembrava un tormentone senza senso, poi durante il servizio (10 mesi) un paio di loro partirono; se ne erano andati.
    Vittorio, l’uomo del tormentone, alle volte aggiungeva “… in paradiso”.

  3. fangospaziale (Enrico)

    Perciò… per tirare un po’ su il morale: meglio avere rimorsi che rimpianti.
    Alla faccia di tutti i sensi di colpa e delle chiese che ne hanno fatto strumento di dominio, bisogna riprendersi il proprio presente con la consapevolezza che, proprio perché mortali, dobbiamo vivere eternando ogni attimo della nostra vita. Ciò è stato detto milioni di volte ma compreso da pochissime persone.
    Ho imparato più da Nietzsche che da Cristo. Anzi da Cristo ho imparato a non vivere e a consacrarmi prima del tempo al nulla.

  4. “Anzi da Cristo ho imparato a non vivere e a consacrarmi prima del tempo al nulla.”
    Mi sembra un’affermazione, se non altro, gratuita.
    Lo dico da laico quale sono.

  5. fangospaziale (Enrico)

    Hai ragione Gerlando… “Oggi-domani” dovesse esistere, meglio non parlarne male; più che altro per non essere inserito nel database dei “cattivi”. Lassù è lui che dà “i posti”.
    Cristo non ha avuto nessuna pietà per gli uomini; da ebreo quale era, fu un partigiano dell'”aldilà”: o con me o l’inferno.
    Da laico quale sono, ti invito e rileggere un po’ il vangelo dalla mia prospettiva, che non è del tutto gratuita; credimi.

  6. Non posso concordare con la tua visione.
    Non posso perché, aldilà del fatto che si creda nell’origine divina o meno di Gesù, il messaggio di quest’ultimo l’ho sempre inteso come un invito ad una scelta di vita e non di morte.
    Il messaggio del Cristo, a mio avviso, non è stato quello: “non vi preoccupate, tanto se credete poi vi è un aldilà migliore”.
    Il suo messaggio è stato: seguite la verità. Solo la verità salva.
    Da laico interpreto questo appello come un severo e rigoroso monito di vita: seguire la verità mi prepara all’ora più importante della mia vita: quella della mia fine.
    Dio non è Cristiano, come ha detto Desmond Tutu in una conferenza in Germania. Questa affermazione sburocratizza il messaggio evangelico incrostato da anni di dottrina controriformista.
    Non aver paura della morte significa in primo luogo accettare il proprio vissuto, e lo si può fare solo se si è scelto di seguire una strada fondata sul rigore della propria ricerca.

  7. fangospaziale (Enrico)

    A parte che persino sul Monte degli Ulivi Gesù viene presentato come individuo (meno male) in tristissima attesa della propria esecuzione, che ne rivela (per fortuna) la natura umana (l’unica che gli riconosco, semmai fosse esistito realmente – cosa di cui dubito -). Dicevo… a parte questo, Gesù non rivolge la minima attenzione a chi, tra identiche sofferenze e con una certa giustificata rabbia, gli chiede di dar prova della propria origine divina. Proprio lì, in quel frangente, parla di paradiso e, quindi, di rimando, indirettamente, del complementare inferno.
    La mia interpretazione è questa: riconoscimi come Dio nell’esperienza terrificante del tuo dolore; sopporta tutto, sarai ricompensato! E’ chiaro ed evidente. Gesù non ama le provocazioni; ma rimane un mistero – se per davvero sia stato la personificazione “temporalizzata” di Dio – il senso della sua crocifissione. Così come rimane un mistero il fatto che un Dio assoluto e monolitico come quello di Abramo debba manifestarsi attraverso tutto questo gran casino.
    Se è onnipotente come dicono… che ci vuole?… un bel monitor gigante… “chessò”… 7000 Km per 2500 in Widescreen in ogni angolo della terra… orario continuato e un po’ di moniti della serie: attenti… cazz… questo sì! questo no! Io sono il Principio nonché il vostro “principale”, ecc., ecc.
    Parlare attraverso terzi lascia sempre qualche dubbio… no!?

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