Io non mi sento italiano

Non per essere disfattisti, ma bisogna riconoscere che la canzone di Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano, sia oggi il vero inno nazionale che la nazione meriti. In linea con quanto sostenuto nel precedente post di fangospaziale, questo nuovo aggiunge e chiarisce alcune problematiche in esso latenti; nello specifico la polemica contro lo spot della Nuova Fiat 500 non è stato – secondo il parere di chi scrive – un gratuito attacco all’azienza automobilistica torinese.
Per essere orgogliosi di essere italiani ci vogliono i fatti, e quest’ultimi parlano chiaro: l’Italia risulta, nel panorama delle nazioni europee, una vera e propria anomalia: risulta tale per quanto concerne la sua forma di capitalismo corporativista; per quanto concerne l’informazione – unica nazione dove la violazione del conflitto di interessi di un suo parlamentare non ha ancora trovato risoluzione –; unica per quanto concerne la Sanità, che, fino a qualche anno fa, era ritenuta una delle migliori del mondo in fatto di assistenza ai meno abbienti. Oggi, infatti, con l’avvenuta privatizzazione, Essa sta dando man forte ad un sistema politico-clientelare che ne orienta i servizi, naturaliter gratuiti, verso forme legalizzate d’estorsione: ti devi fare la Tac? Paga o aspetti mesi o anni: se non hai un tumore, avrai ancora le forze per andare all’ospedale!
E che dire dell’ Università? Un sistema di vassallaggio di tipo medievale – detto baronato – ingolfa una ricerca libera dai vincoli nepotistici del mondo accademico. I titoli e gli incarichi vengono, infatti, assegnati secondo una logica ereditaria (parentale in molti casi) e non secondo meriti scientifici (nel Medievo le università, almeno, funzionavano: erano gli studenti, infatti, a scegliersi i professori in base alla preparazione e alla capacità didattica). Ma attenzione, questi problemi non trovano il fondamento del proprio male nel colore politico.

Come ha affermato anni fa (all’inizio degli anni ’70) un tale Marco Pannella – politico da sempre presentato nei media come eccentrico, con tendenze esibizionistiche –, in Italia, dietro un’apparente contrapposizione politica di schieramenti opposti, si è sempre celato l’accordo sottobanco che ha permesso alle parti contendenti la spartizione dei poteri: una parte politica si è presa la Magistratura, un’altra la Sanità, un’altra la Difesa, ecc, ecc.
Si ritiene, pertanto, in questa sede notare quanto nel gioco o, meglio, nella pantomima della democrazia sia assolutamente indifferente che governi la destra o la sinistra fin quando non esisterà in Italia, realmente, un sistema democratico nel quale il rispetto delle regole sia all’ordine di ogni priorità.

Ma cosa si indica con rispetto delle regole?
1) Dare ai cittadini la possibilità reale di scegliere un candidato di loro preferenza senza accollarsi di delegarne il compito ai partiti.
2) Non vedere sempre uomini politici riciclati dai vecchi apparati e sottoboschi di partito.
3) Vedere politici giovani che interpretino meglio le esigenze delle generazioni a loro coetanee e che orientino la politica – per un fatto legato quasi alla fisiologia dell’età – verso il futuro (a chi è anziano il futuro ha il volto di San Pietro).
4) Sapere di poter vivere in uno Stato libero quanto la Chiesa ma anche sovrano di poter legiferare senza chiederle permessi.
5) Non vedere seduti in Parlamento personaggi politici pluri-invischiati in questioni di criminalità organizzata, corruzione e quant’altro.

Il discorso, ovviamente, è molto più complesso, e l’incipit delle anomalie dichiarate all’inizio di questo post non sono che una goccia nel mare delle disfunzioni politiche, economiche e sociali di questa nostra nazione.
In questo contesto, il Vaffanculo Day (ed è inutile e quanto mai volgare la pruderie mediatica che impone la “V” maiuscola in sostituzione dell’intera parolaccia: quanta pornografia è stata, infatti, trasmessa negli ultimi vent’anni nelle televisioni private e nelle reti nazionali? Talk Show, Reality Show, veline, calciatori, e tutti quei format televisivi vincolati dalla logica dell’audiance e della volgarità ma privi di qualsiasi intento pedagogico o culturale in genere) sembra essere la prima manifestazione intelligente di dissenso verso questa deriva politico-istituzionale nella quale l’Italia attualmente naviga.

To be continued… (ho sonno)

  1. Ti aggiungo che in tempi sospetti, quando diventavi subito cattivo maestro, uno di questi spiegò molto bene la pantomima della falsa contrapposizione, già presente nella scrittura della carta costituzionale.
    Però, continuando ad usare categorie astratte, non sono italiani quelli che se si torna a votare stravince Berlusconi?
    Bisognerà pur rispettare la volontà del “popolo” “italiano” o questo ha “sovranità” solo quando grida “vaffa”?
    angela

  2. fangospaziale (Enrico Spedale)

    To be continued… Vi sarebbero altri punti, come quello relativo i brogli elettorali… e una patente di educazione civica per il voto…
    Non per fare la particella di sodio – il dialogo con te è più che interessante – ma, oltre noi due, c’è nessunooo?

  3. Dire non mi sento italiano innazi ai mali di un paese mi sembra un classico atteggiamento italiano.
    Equivale a chiamarsi fuori sin dalla propria (volente o nolente) identità.
    Magari un tedesco avrebbe detto: “io sono tedesco, mi sento tedesco, ma non sono nazista”.
    Noi, invece, “non ci sentiamo“… evvabé… apparteniamo alla cultura del “sentire” e non dell’essere… Pazienza.
    Anch’io, per esempio, non mi sento tanto bene…

  4. fangospaziale (Enrico Spedale)

    E se non condividi i valori di una nazione, il non “sentirsi” ci sta tutto.
    Se ami la tua nazione ma non ne sopporti la degenerazione dei costumi di chi dovrebbe, per statuto del ruolo, dare l’esempio morale, che fai? Ti adatti all'”italiana”?

  5. Io sarei un pò preoccupata se il compito della politica o delle istituzioni si riducesse al darmi “l’esempio morale”.

  6. fangospaziale (Enrico Spedale)

    Ritengo che un parlamentare – uno come Mastella per intenderci -, che è stato magari a qualche matrimonio di qualche mafioso, sia minisitro di giustizia e mi parli pure di questione morale quando interviene contro i pax o i dico.
    Non pretendo la santità (sarei un moralista, che è un’altra cosa), ma mi da fastidio, nel momento in cui si accettino certi ruoli, il farisaismo situazionista e paraculo di simili politici… Per morale intendo questo… Ci dobbiamo accordare sul significato, sennò facciamo confusione.
    Claro!?

  7. A me, veramente, sembri un po’ moralista, ed anche qualunquista se devo dirla tutta:
    1) Non parlare di cose che non sai per certo: non sai al matrimonio di chi o al funerale di chi è stato Mastella;
    2)Ed anche quando? Proponi una dittatura di pochi eletti che debbano decidere chi è rappresentativo chi no?
    Mastella è stato votato, so che non ti senti italiano, ma sono le regole della democrazia sia in Italia che su Krypton.
    3) un politico Italiano, Rino Formica – Socialista- ebbe a definire la politica come sangue e merda. Ed in tal senso morale con politica non ci azzecca un beneamato, se mai Etica.
    Accordiamoci pure sui significati… ma accordiamoci non sul senso che gli diamo arbitrariamente noi, ma sul senso semanticamente corretto.

  8. fangospaziale (Enrico Spedale)

    Grazie… Qualunquista per me è un complimento. Di “analisti” brillanti in Italia ce sono a “fetere” nei meandri del potere, e questo è il risultato. Il garantismo (razionale e fondamentale in una democrazia/pantomima) peccato che “pende” sempre a favore dei politici. (ti ricordo Tortora)

    Sul De Agostini ho trovato:
    morale: s. f., l’insieme dei principi che regolano il comportamento degli uomini nella vita privata e pubblica

  9. fangospaziale (Enrico Spedale)

    In filosofia del linguaggio, il significato è la costante, il senso la variabile (scusami ma è il mio campo).

    Il senso non deve necessariamemnte essere corretto rispetto a un codice che lo presuppone, sennò, invece di parlare, potremmo esprimerci con equazioni.

    Ai tempi “la politica” era sangue e merda… Oggi, è rimasta soltanto la merda!

  10. giuseppe

    Carissimo Enrico, come darti torto?
    Hai fatto una sintetica, ma efficace, disamina della difficoltà di “sentirsi” italiani.
    Ma credo sia necessario cercare di rimboccarsi le maniche per iniziare a dare il nostro piccolo contributo, non limitandoci unicamente a sottolineare ciò che non và. Per fortuna il nostro Paese è anche ricco di animi nobili, di uomini e donne capaci di anteporre il bene comune a quello individuale. Mi riferisco ad esempio agli industriali, commercianti, artgiani e onesti lavoratori che in questi giorni denunciano i loro usurai ed estorsori; a coloro che, con spirito di abnegazione, combattono concoraggiosamente la mafia e qualsiasi altra organizzazione criminale; e a chi agisce e si comporta nel pieno rispetto delle norme costituzionali.
    Se penso a costoro, mi dico fiero di essere italiano.

    Un abbraccio

  11. Giuseppe, grazie per essere intervenuto in questa maniera che mi ha davvero colpito per pacatezza, semplicità e sostanza.
    C’è poco da aggiungere al tuo commento, volevo solo ricordare che nel 1943 Benedetto Croce scriveva sul “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Il laico filosofo di Pescasseroli effettua una analisi culturale della matrice del pensiero occidentale.
    Dovrei quindi rinuncare a sentire come parte del mio patrimonio genetico-culturale uomini come Mazzini, Gramsci, De Gasperi, Parise, Calvino, Sironi, Livatino, Grassi …….
    E’ vero, nel 1957 Bertrand Russell scrisse Perché non sono cristiano, ed è del 2007 il saggio di Piergiorgio Odifreddi “Perché non possiamo essere cristiani”… ma attengono a tematiche “altre” rispetto al discorso crociano…

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