Festeggiare i morti

La “festa dei morti” è una delle cose che mi fanno amare “il ventre” della mia città: Palermo. Può sembrare un ossimoro, ma a me sembra un fatto “naturale” e di profonda civiltà. E’ un modo per alleggerire la tristezza, per fermarsi un momento a “parlare” con chi non c’è più, per trasmettere ai bambini che la morte fa parte della vita.

Ho scoperto una novella di Giovanni Verga dal titolo “La festa dei morti”. Ve la voglio riproporre. Dedicategli dieci minuti.

Nella collina solitaria, irta di croci sull’occidente imporporato, dove non odesi mai canto di vendemmia, né belato d’armenti, c’è un’ora di festa, quando l’autunno muore sulle aiuole infiorate, e i funebri rintocchi che commemorano i defunti dileguano verso il sole che tramonta. Allora la folla si riversa chiassosa nei viali ombreggiati di cipressi, e gli amanti si cercano dietro le tombe.
Ma laggiù, nella riviera nera dove termina la città, c’era una chiesuola abbandonata, che racchiudeva altre tombe, sulle quali nessuno andava a deporre dei fiori. Solo un istante i vetri della sua finestra s’accendevano al tramonto, quasi un faro pei naviganti, mentre la notte sorgeva dal precipizio, e la chiesuola era ancora bianca nell’azzurro, appollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio altissimo che scendeva a picco sino al mare. Ai suoi piedi, nell’abisso già nero, sprofondavasi una caverna sotterranea, battuta dalle onde, piena di rumori e di bagliori sinistri, di cui il riflusso spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre.
Narrava la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso, fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e che ogni anno, il dì dei Morti – nell’ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti – un prete sepolto da cent’anni nella chiesuola abbandonata, si levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che chiamavasi per ciò «la Camera del Prete». Dal largo, verso Agnone, i naviganti s’additavano l’illuminazione paurosa del festino, come una luna rossa sorgente dalla tetra riviera.
Tutto l’anno, i pescatori che stavano di giorno al sole sugli scogli circostanti, colla lenza in mano, non vedevano altro che lo spumeggiare della marea, quando s’internava muggendo nella «Camera del Prete», e il chiarore verdognolo che ne usciva colla risacca; ma non osavano gettarvi l’amo. Un palombaro che s’era arrischiato a penetrarvi, nuotando sott’acqua, uno che non badava né a Dio né al diavolo, pel bisogno che lo stringeva alla gola, e i figliuoli che aspettavano il pane, aveva visto il chiarore ch’era lì dentro, azzurro e ondeggiante al pari di quei fuochi che s’accendono da sé nei cimiteri, il pietrone liscio e piatto, come una gigantesca tavola da pranzo, e i sedili di sasso tutt’intorno, rosi dall’acqua, e bianchi quali ossa al sole. L’onda che s’ingolfava gorgogliando nella caverna, scorreva lenta e livida nell’ombra, e non tornava mai indietro; come non tornò più quel poveretto che s’era strascinato via. L’estate, nell’ora in cui ogni piccola insenatura della riva risonava della gazzarra dei bagnanti, l’onda calma scintillava, rotta dalle braccia di qualche ragazzo che nuotava verso le sottane bianche, formicolanti come fantasmi sulla spiaggia. – Così quel prete, un sant’uomo, aveva perso l’anima e la ragione dietro i fantasmi delle terrene voluttà, il giorno in cui Lei – la tentazione – era venuta a confessargli il suo peccato, nella chiesetta solitaria ridente al sole di Pasqua, col seno ansante e il capo chino, su cui il riflesso dei vetri scintillanti accendeva delle fiamme impure. Da cent’anni le sue ossa, consunte dal peccato, posavano nella fossa, stringendosi sul petto la stola maculata. Ivi non giungevano gli strilli provocanti delle ragazze sorprese nel bagno, né il canto bramoso dei giovani, né le querele delle lavandaie, né il pianto dei fanciulli abbandonati. La luna vi entrava tacita dallo spiraglio aperto nella roccia, e andava a posarsi, uno dopo l’altro, su tutti quei cadaveri stesi in fila nei cataletti, sino in fondo al sotterraneo tenebroso, dove faceva apparire per un istante delle figure strane. L’alba vi cresceva in un chiarore smorto, che al fuggire delle ombre sembrava far correre un ghigno sinistro sulle mascelle sdentate. Il giorno lungo della canicola indugiava sotto le arcate verdognole, con un brulichìo furtivo di esseri immondi in mezzo all’immobilità di quei cadaveri.
Erano defunti d’ogni età e d’ogni sesso: guance ancora azzurrognole, come se fossero state rase ieri l’ultima volta, e bianche forme verginali coperte di fiori; mummie irrigidite nei guardinfanti rigonfi, e toghe corrose che scoprivano tibie nerastre. Dallo spiraglio aperto nell’azzurro entravano egualmente il soffio caldo dello scirocco, e i gelati aquiloni che facevano svolazzare come farfalle di bruchi le trine polverose e i riccioloni cadenti dai crani gialli. I fiori, già secchi di lagrime, si agitavano pel sotterraneo, come vivi, e andavano a posarsi su altre labbra rose dal tempo; e appena il vento sollevava i funebri lenzuoli, stesi da mani smarrite d’angoscia su caste membra amate, occhi inquieti di rettili immondi guardavano furtivi nelle ossa nude.
Poscia, nell’ore in cui il sole moriva sull’orlo frastagliato dello spiraglio, il ghigno schernitore di tutte le cose umane sembrava allargarsi sui teschi camusi, e le occhiaie vuote farsi più nere e profonde, quasi il dito della morte vi avesse scavato fino alla sorgente delle lagrime. Là non giungeva nemmeno il mormorio delle preci recitate all’altare in suffragio dei defunti che dormivano sotto il pavimento della chiesuola, e i singhiozzi dei parenti non passavano il marmo della lapide. Le raffiche delle notti di fortuna scorrevano gemendo sulla casa dei morti, senza lasciarvi un pensiero per coloro che in quell’ora erravano laggiù, pel mare tempestoso, coi capelli irti d’orrore al sibilo del vento nel sartiame; né un senso di pietà per le povere donne che aspettavano sulla riva, sferzate dal vento e dalla pioggia; né un ricordo delle lagrime che videro forse, nell’ora torbida dell’agonia, e che bagnarono quegli stessi fiori che adesso vanno da una bara all’altra, come li porta il vento. – Così le lagrime si asciugarono dietro il loro funebre convoglio; e le mani convulse che composero nella bara le loro spoglie, si stesero ad altre carezze; e le bocche che pareva non dovessero accostarsi ad altri baci, insegnano ora sorridendo a balbettare i loro nomi ai bimbi inginocchiati ai piedi dello stesso letto, colle piccole mani in croce, perché i buoni morti lascino dei buoni regali ai loro piccoli parenti che non conobbero. – Tanto tempo è passato, insieme alle bufere della notte, e al soffio d’aprile, colle ore che suonano uniformi e impassibili anch’esse sul campanile della chiesuola, sino a quella del convito!
A quell’ora tutti gli scheletri si levano ad uno ad uno dalle bare tarlate, coi legacci cascanti sulle tibie spolpate, colla polvere del sepolcro nelle orbite vuote, e scendono in silenzio nella «Camera del Prete», recando nelle falangi scricchiolanti le ghirlande avvizzite, col ghigno beffardo di tutte le cose umane nelle bocche sdentate.
Più nulla! più nulla! – Né la tua treccia bionda, che ti cade dal cranio nudo. – Né i tuoi occhi bramosi, pei quali egli sfidò il disonore e la morte, onde portarti il bacio delle labbra che non ha più. Ti rammenti, i baci insaziati che dovevano durare eterni? – E neppure i morsi acuti della gelosia, il delirio sanguinoso che mise in mano a quell’altro l’arma omicida. – Né le lagrime che si piangevano attorno a quel letto, e quel morente voleva stamparsi negli occhi dilatati dall’agonia. – Né le ansie delle notti vegliate in quella stanza già funebre, in quell’attesa già disperata. – Né le carezze con cui il caro bimbo pagava il latte di quel seno e i dolori di quella maternità. – E neppure le lotte in cui l’uno si è logorato. – Né le speranze che hanno accompagnato l’altro sin là. – Né i fiori del campo per cui si è tanto sudato. – Né i libri sui quali si è vissuto tanta e tanta vita. – Né la bestemmia del marinaio che stringe ancora le alghe secche nelle falangi contratte. – Né la preghiera del prete che implora il perdono dei falli umani. – E non l’azzurro profondo del cielo tempestato di stelle; né il tenebrore vivente del mare che batte allo scoglio. – L’onda che s’ingolfa gorgogliando nella caverna sotterranea, e scorre lenta e livida sulla «Tavola del Prete» si porta via per sempre le briciole del convito, e la memoria di ogni cosa.
Ora nel costruire la diga del molo nuovo, hanno demolito la chiesuola e scoperchiano la sepoltura. La macchina a vapore vi fuma tutto il giorno nel cielo azzurro e limpido, e l’argano vi geme in mezzo al baccano degli operai. Quando rimossero l’enorme pietrone posato a piatto sul piedistallo di roccia come una tavola da pranzo, un gran numero di granchi ne scappò via, e quanti conoscevano la leggenda, andarono narrando che avevano visto lo spirito del palombaro ivi trattenuto dall’incantesimo. Il mare spumeggiante sotto la catena dell’argano tornò a distendersi calmo e color del cielo, e scancellò per sempre la leggenda della «Camera del Prete».
Nel raccogliere le ossa del sepolcreto per portarle al cimitero, fu una lunga processione di curiosi, perché frugando fra quegli avanzi, avevano trovato una carta che parlava di denari, e molti pretendevano di essere gli eredi. Infine, non potendo altro, ne cavarono tre numeri pel lotto. Tutti li giocarono, ma nessuno ci prese un soldo.

Giovanni Verga
La festa dei morti
tratto da “Vagabondaggio” (1887)

Informazioni su Andrea Borruso

Sono un geologo marino e nel 1999 ho iniziato con Antonio D’Argenio la vita da libero professionista nel mondo dei Sistemi Informativi Geografici. Nei primi anni – di tanto studio e di poche fatture – è stato fatale l’incontro con MapServer: il web-mapping e le applicazioni web sono diventati due pezzi importanti della mia professione. Negli ultimi anni mi sono occupato anche di formazione e di recente sono entrato nello strano mondo del telerilevamento di prossimità. Mi piace molto leggere di GIS, informazione geografica, e neogeography, e parlarne con gli amici che incontro spesso al bar dietro al router.

  1. La “festa dei morti” sucita anche in me delle forti emozioni che hanno riguardo sia alla mia infanzia (questi morti che portavano doni in un misto di paura, mistero ed avidità), sia alla natura dell’evento stesso.
    Un legame con le nostre origini e con il nostro futuro.
    L’uomo ha sempre cercato di “costruire” contro il nulla: Atlantidi sommerse o Eldoradi perduti. Ha sempre voluto esorcizzare l’evento finale legandosi ad esso in modo stretto, libando sulle lapidi, dedicando un giorno agli estinti.
    Questo legame, oggi, si cerca solo di allontanarlo, di eliminare la morte dall’orizzonte dei nostri pensieri. Si festeggiano i Santi e non i morti. E questo è triste.
    Quella strana sensazione nei cimiteri, davanti a tutte quelle tombe, a quella livella delle lapidi e delle loro incisioni, delle foto che immancabilmente guardavo e leggevo mentre andavo a prendere l’acqua per i fiori, calcolando il tempo della vita altrui per scoprire il mio effimero. I cipressi ed un profumo di fiori nuovi ed appassiti, un luogo che prende vita fatto di gente indaffarata a chiaccherare aldiqua con i vivi ed anche aldilà.
    Ricordi, come questo splendido racconto di Verga, dove si riacquista il gusto della parola scritta, solarizzati e seppiati… come le foto dei cari estinti quasi sbiadite da troppo sole o troppa pioggia.

  2. Quest’anno non ho potuto preparare la tavola per i morti.
    La faccio tutti gli anni: metto il vino rosso che piace alle nonne, le caldarroste. Il baccalà fritto per un nonno e l’aringa, per l’altro. Tanti dolcetti di pasta di mandorle.
    E tante alici fritte per le gatte e i gatti.
    Mi conforta l’idea che in qualche modo, comunque, continuino a “stare” nella mia vita.

  3. fangospaziale (Enrico Spedale)

    Tra i pochi retaggi dell’antropologia culturale mi è rimasto in testa quello relativo al significato del tempo della festa. Esso infatti – se no ricordo male – è “circolare”, riproponendo il superamento del tempo profano, che, invece, è “lineare”.
    Alla luce di tale considerazione, la festa dei morti è tra tutte quella che evidenzia maggiormente questo discorso, sia perché festa in sé, sia perché festa dedicata a “chi non è più nel tempo”, non soggetto al divenire.
    E poi è una festa che consente anche momenti di grande ilarità in famiglia. Per esempio: mia madre oggi mi ha parlato di quanto sia bello il cimitero di Santa Flavia (da lei visitato in memoria di Edoardo; vedi il mio post “Quando si parte per sempre”). Lo ha descritto nei minimi particolari, e si è pure informata sulle pratiche legali che ne consentirebbero l’eventuale utilizzo per chi, come lei, è invece residente a Palermo.
    Le ho quindi chiesto se ha già scelto il loculo per i restanti membri della famiglia… ed è nata una discussione.
    Io sono “camurruso”: voglio la pompa di calore, l’aria condizionata, la parabola, internet, vista sul mare. In caso contrario mi faccio cremare.

  4. La festa dei morti è per me “cosa” invidiatissima perchè peno tuttora nel rintracciare nel mio interno, sia d’anima che di corpo, uno spazio esule dal dolore. Il tempo aiuta a elaborare i lutti ma porta con sè anche un nefasto duplice compito: quello di far vedere e far vivere le perdite con una coscienza del tutto diversa ma non per questo priva di maggiore, se non uguale, dolore.
    Invidiatissima perchè racchiude in sè una meravigliosa essensa che a ben guardare ha solo del magico al suo interno. La nostra visita ai morti, il nostro avvicinarci a loro così in punta di piedi per non disturbare il loro riposo, il desinare sopra i marmi sepolcrali con il cuore gonfio di timorosa emozione ed eterno rispetto: tutto ciò è di un animo che si strugge al solo pensiero di un maggior contatto, se non dei corpi, aihmè, certo di pensiero e di brezza che si respira là, proprio là, sulla tomba di quesi volti che vorremmo sognare ancora ad occhi aperti. Tutto ciò appartiene forse a chi è più avanti rispetto a me e forse un poco, ma solo un poco, più forte, a chi soffre ancora da matti ma lo fa per spinger gli altri, forse i piccoletti, a non avere timore dei morti e della loro festa. Le tradizioni sono cose meravigliose perchè ci portano avanti nel tempo concedondoci il lusso di tuffarci in un passato che quel giorno non deve osare farci paura. E i colori di cui erano piene le bancarelle, i dolci da far venire le carie già solo a guardarli, buonissimi da assaporare, aiutano in questo perchè sanno ancora di vita e perchè sono un augurio di vita per noi, un regalo da parte dei nostri morti. E noi lo accettiamo di buon grado, ci crediamo, ci vogliamo credere perchè solo così possiamo trovare la forza di guardare avanti.

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