le paure di un bambino, il cinema e la letteratura.

Il cinema ha avuto un ruolo determinante nella mia crescita. Specialmente nei primi anni dell’infanzia e, costretto nella condizione di figlio unico, accanto al panorama dell’arte visiva si affiancò in maniera dirompente quello costituito dall’arte letteraria.
Se immaginiamo questo post di Andrea come un “piano” geometrico, 3 sono i punti emozionali, a partire dai quali scorrono le rette del mio commento, incrociandosi tra di loro, a volte seguendo percorsi distanti, tornando ad incontrarsi o a scorrere paralelli:
1) le paure della mia infanzia;
2) il cinema;
3) la letteratura;

Le paure della mia infanzia

La più grande paura che ricordo di avere mai avuto (avevo circa 5 o 6 anni) era quella di rimanere solo. Ma non solo a casa. Solo nell’intero pianeta.
Non saprei dire da dove provenisse questo timore ancestrale.
Il fatto sta, comunque, che mio padre spesso doveva partire per lavoro e mia madre, la mattina presto, lo accompagnava all’aeroporto.
Io rimanevo a casa: solo, si capisce .
Avvolto in questa paura tendevo l’orecchio per sentire dei rumori in lontananza che mi significassero la presenza della vita aldilà della mia stanza.
Tuttavia abitavo in una casa immersa in quel che rimaneva di Villa Serradifalco. Capirete bene che la più vicina strada urbana era decisamente lontana e di rumori di auto (specialmente nelle prime ore mattuttine) neanche il più flebile brontolio.
Mosso dal bisogno espressi i miei timori a mio padre, il quale mi regalò una radio: se qualcuno parlava alla radio evidentemente non ero il solo rimasto sulla terra.
La cosa era convincente ed è per questo che ancora adesso non riesco ad addormentarmi con un cd o con le trasmissioni in filodiffusione. All’epoca avevo bisogno di sentire che “dall’altra parte” c’era qualcuno.
Le radio ascoltate erano radio 2 o radio 3, le uniche nelle quali, con assoluta certezza, potevo sentire una voce umana. Non ricordo il canale, ma in una di queste trasmissioni sentii parlare di fantascienza e del rapporto tra letteratura e cinema.
I bambini non sono precoci, sono gli adulti ad essere un po’ “tardi”. Ed è per questo che ascolto attentamente i discorsi dei miei cuginetti di tre anni.
Comunque, in una di queste trasmissioni si iniziò l’excursus cinematografico incominciando da “Il pianeta proibito” sino ad arrivare a “Incontri ravvicinati del terzo tipo” all’epoca appena uscito nelle sale.

Il cinema

La televisione della mia infanzia era diversa (ed in tal senso i ricordi cominciano ad affastellarsi in modo preoccupante).
Una mattina, ricordo ma non distintamente, davanti alla televisione trasmisero “Il pianeta proibito” (Regia Fred McLeod Wilcox – USA 1956) un film che ancora adesso adoro. Ebbe un effetto dirompente nella mia fantasia: la paura, l’ignoto, una trama sensazionale, il mostro per eccellenza, quello creato dal subcosciente, orme nella sabbia che si formavano a causa di un essere invisibile. Che dire: per la prima volta sperimentavo cosa voleva dire avere i brividi e quel sottile piacere dato dall’immedesimazione.
Tali piaceri sono un ricordo lontano. Non vedo film dell’orrore o thriller: mi danno un fastidio fisico, e, come molti mi dicono, mi perdo anche dei capolavori (anche se non ho potuto fare a meno di vedere Shining).
Quando vidi le prime scene di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” riprovai quella piacevole/sgradevole sensazione de “Il pianeta proibito”. Quelle note e sopratutto quel maledetto coetaneo troppo biondo e troppo strano stavano pregiudicando la visione dello stesso.
Il film, grazie a Dio, si evolveva con una trama a me confacente e rassicurante.
La memoria che ho di questo film è legata all’avvento delle festività natalizie, a quel dolce sapore che può avere la visione di un film nelle notti magiche che precedono l’avvento delle vacanze: dove, là fuori, tutto è buio, misterioso, bianco di neve (anche se non c’è) ed incredibilmente avventuroso.
Ho compensato, quindi, questa mancanza di brividi rivolgendomi alla letteratura: Poe fu l’inizio. Fra un classico ed un altro non ho mai disdegnato letture più amene come King o Lovecraft.
La stessa fantascienza, in età più avanzata e grazie a P.K. Dick, è divenuta per me un genere formativo dal punto di vista intellettuale e letterario.

La letteratura

Oltre la radio scoprii che un buon modo per sopperire alle mie angosce infantili era quello di leggere.
Invano mio padre mi aveva propinato la lettura di “Le avventure di Tom Sawyer“. Niente, non attecchiva nulla (lo rilessi con profitto in età adolescenziale).
Il primo libro che lessi immergendomi totalmente in esso fu Ivanhoe di Walter Scott.
Questo libro ha segnato l’inizio della mia personalissima droga: la lettura.
Non leggo perché mi piace, leggo perché ne ho di bisogno.
Una decina di anni fa, attraverso una trasmissione radiofonica scoprii un libro: Dissipatio H.G. di Guido Morselli (dove H. G. sta per Humani Generis).
Amo quest’autore: emblema dello scrittore rifiutato sfortunato, incompreso e destinato alla rinuncia alla vita.
In questo libro un uomo nel momento in cui immagina che l’umanità debba scomparire, scopre che l’umanità, l’intera umanità, è definitivamente scomparsa: “Relitti fonico-visivi mi tengono compagnia, e sono ciò che di più diretto mi rimanga di loro (gli uomini ndr)”

Questi, quindi i tre punti da cui sono partito: la paura di rimanere soli, il cinema, la letteratura, che si incontrano tra di loro, per un attimo, seguono strade diverse, si rincontrano paralleli all’infinito.

Informazioni su Avv. Gerlando Gibilaro

Avvocato - esercita presso la Corte di Appello di Palermo

  1. gionni

    Onestamente non è proprio attinente, ma voglio condividere con tutti voi un mio ricordo, legato a doppio filo ai punti di cui G ci racconta nel suo splendido post. E lo vede pure protagonista.

    Dunque, per chi non lo sapesse, io e G ci siamo incontrati per la prima volta in seconda elementare, Giorno più, giorno meno, ci conosciamo da 28 anni circa; e da allora, gli voglio bene come a mio fratello, anche se in alcune fasi della nostra vita ci siamo frequentati poco.

    Comunque, da quel fatidico giorno in cui fummo accoppiati nello stesso banco, cominciammo a costruire quella che almeno per me, è la mia più forte amicizia. E da compagni di banco, io disegnavo tutta la mattina, lui veniva buttato fuori perchè si distraeva sui dinosauri e le astronavi che popolavano i miei fogli. E non mi accusava alla maestra.

    Lodevole.

    Chissà, forse segretamente covava un bruciante sentimento di vendetta nei miei confronti pocihè per colpa mia passava in corridoio buona parte dell’orario scolastico; dovete sapere che, a quel tempo, G non si limitava a leggere libri (che per fortuna conquistarono anche me precocissimo; il mio primo fu I ragazzi della via Pal, e piansi come una fontana sul povero Nemeczek), ma anche i giornali, che per qualche insondabile mistero non mi hanno mai affascinato: radio e tg bastavano a colmare la mia voglia di informazione su quanto succedeva nel mondo.

    Ma sto divagando: fatto sta che un giorno in classe raccontò che il giornale del giorno prima riportava un articolo scientifico secondo il quale, in un futuro più o meno lontano (e nemmeno lontanamente quantificato, chiaro), la Terra sarebbe stata inghiottita da un buco nero, che avrebbe trasformato gli esseri umani in pura energia.

    Ebbene, grazie a questo amatissimo bastardo, nel giro di pochi secondi prese forma nel mio inconscio la principale delle mie paure di quella fase della mia infanzia. Ovviamente, l’ho superata quasi immediatamente, direi nel giro di un paio di settimane. Ma ricordo il sacro terrore che assaporai a sentire quelle parole.

    Brividi così valgono la pena di essere vissuti; ringraziarlo così, pubblicamente, me li riporta in qualche modo sulla spina dorsale.

  2. Ebbene sì, Gionni è l’amico che ho di più vecchia data (in effetti il primo amico) e, mio caro, il “non averti fra i piedi” per narrarti dei grandi pericoli che questo pianeta corre, mi fa sentire notevolmente la tua mancanza.
    Gionni mi ha iniziato a molte letture da Frank Miller a Neil Gaiman: impagabili meriggi passati in quel di Giacalone.

    E, volendo procedere in questo amarcord, potrei narrarvi di quando a casa di Gionni, lo stesso mi costrinse ad assistere a l’Esorcista ed io, invece, rannicchiato nel divano a farmi scudo con un quotidiano per evitare la visione di questo film (le urla no, quelle le sentivo benissimo…).
    Amico mio: 1-1 palla al centro.

    “Brividi così valgono la pena di essere vissuti; ringraziarlo così, pubblicamente, me li riporta in qualche modo sulla spina dorsale”, una frase bellissima che faccio mia.

  3. Alessandro

    È così bello questo post che non mi sento in grado di scrivere nulla se non che continuo a rileggerlo.
    Però visto che c’è insistenza vi dico questo. I mostri sono la mia più grande paura. Anche oggi che dormo al buio (ma non quando non mi sento particolarmente sicuro, comunque). Che poi il mostro sia alieno, umano o di altra provenienza a me non importa.

    Una volta mi ricordo che c’erano i black out. E poi il quotidiano L’Ora scriveva in prima pagina a caratteri cubitali “BLCK OUT – città al buio. Capitava di frequente.
    Black out. Telefono con G, parlottiamo. E bla, blabla, blabla, malvovich? malkovich malkovich!.
    Mi dice “che hai detto?” “non ho detto niente G!” “Ah, no mi sembrava…ho sentito…ma c’è qualcuno in casa?” “no, non c’è nessuno in casa…” “và non ci pensare, mi sarò sbagliato”.
    Ho passato tutto il pomeriggio sul pianerottolo ascoltando i rumori delle scale che mi facevano compagnia ed ero morto di paura. È proprio bastardo.

  4. gionni

    L’episodio dell’Esorcista è vero, solo che G non leggeva un quotidiano, ma un enorme cartonato della Disney che si chiamava “Io, Paperinik”. Provai anche a fargli vedere “La mosca”, ma lì neanche Minnie e Clarabella in carne e ossa l’avrebbero tranquillizzato!

  5. fangospaziale (Enrico Spedale)

    I film orror, a parte certe derive trash piene di succo di pomodoro e di mostriciattoli caricaturali, sono film ottimisti, parlano di un “al di là”… che è già qualcosa… un “dopo”.
    Questo è quanto disse – più o meno – Stanley Kubrick prima delle riprese di Shining.
    E’, però, la dimensione di “eterna condanna” che spaventa… l’idea di una “corruzione” che può inficiare la gaiezza del nostro presente.

    Chissà perché nei film orror si parte sempre da una situazione che descrive una “rilassata quotidianità” per poi evolvere in un imprevisto dai connotati terrificanti, come dire: è inutile che stiate tranquilli, questo può accadere anche a voi; ma la paura esorcizza la sua fonte quanto la realtà gli incubi.

    Vecchio quanto il mondo l’orror è catarsi… Anche se… a volte sono libere ricostruzioni di fatti accaduti realmente… eh, eh, eh, eh, eh… E in quest’altro caso è un “cacarsi”…

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