I am legend

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Di Francis Lawrence con Will Smith, Alice Braga, Dash Mihok, Charlie Tahan, Salli Richardson, Willow Smith. Genere Azione produzione USA, 2007 Durata 101 minuti circa.

La settimana scorsa sono andato a vedere questo film con una certa trepidazione, sia per motivi professionali (abbiamo curato la personalizzazione della galleria Alberto Sordi con i banner del film) che personali (ho letto il racconto di Matheson due volte in momenti diversi, e mi è molto piaciuto). Purtroppo, il film ha deluso le mie aspettative.

Giusto per amor di chiarezza. Will Smith è un grande attore. Tutta la prima parte del film, che poi è quella più fedele all’opera letteraria, si regge sulla sua interpretazione: a parte i flashback (in cui ricostruiamo l’accaduto degli ultimi mesi), per tutta la prima parte Smith interagisce quasi esclusivamente con il suo cane e i manichini (che ha sapientemente piazzato all’interno di una videoteca); con entrambi, continua a parlare per non perdere gli ultimi residui di sanità mentale. Cane e manichini, si sa, non sono propriamente animali da palcoscenico alla Lawrence Olivier, ma ciononostante Smith ne esce alla grande.

La seconda parte, invece, scade in un mix sconclusionato di scontri con mostri ex umani che escono di notte e che tentano di contagiare Smith, peraltro immune. Il tutto mentre Robert Neville, il personaggio di Smith, tenta di trovare una cura al contagio e resistere alla dissipatio humani generis di cui è testimone. Quando poi una coppia di esseri umani sembra donargli la speranza di una salvezza, l’attacco finale dei mostri lo porterà al sacrificio ultimo, non prima però di avere trovato la miracolosa cura all’epidemia. Finale troppo buonista.

Alcune riflessioni. Gli sceneggiatori hanno volutamente evitato tutti i rimandi a film come “28 giorni dopo” e via dicendo, ma ne hanno persi alcuni altri che invece sarebbero tornati utilissimi nell’economia del film. Penso sopratutto a “Cast Away“, film modesto nel quale però uno strepitoso Tom Hanks ci conduceva passo passo nella follìa di chi si ritrova da solo, e deve sopravvivere. Qui, invece, questo aspetto viene sacrificato pressochè immediatamente all’adrenalina e all’azione.

Nel suo racconto, Matheson si concentrava sull’ultimo uomo, che si attacca quasi morbosamente alle sue abitudini, alla sua normalità, e resiste ostinatamente di fronte all’aberrante anormalità dei vampiri, salvo poi deporre le armi e arrendersi quando si rende conto di essere diventato ormai un anacronismo, lasciato indietro dall’evoluzione della specie. L’ “io sono leggenda” del titolo proprio questo voleva significare nel testo.
Gli sceneggiatori ed il regista hanno preferito sfrondare il film da tutte le implicazioni filosofiche che invece sono centrali nell’opera di Matheson e rifugiarsi nel caldo conforto di un blockbuster adrenalinico e di un finale buonista, che rassicurasse il pubblico.

Vista che questa è la scelta della produzione, a livello tecnico spiace vedere come, in un’epoca di effetti speciali sempre più incredibili, i mostri sembrino animati da una tecnologia vecchia di almeno 10 anni. Altro che blockbuster! Davvero uno stridente contrasto con le scene, al contrario davvero incredibili, in cui ci muoviamo con Will Smith per le streets e le avenues di una New York che la natura selvaggia sta lentamente, ma inesorabilmente, riconquistando.

Una chicca per fumettari accaniti: su Times Square campeggia un enorme banner pubblicitario di un fantomatico film “Superman/Batman”, mentre alle pareti della videoteca intravediamo poster di film su Green Lantern e i Teen Titans: Il mistero è presto spiegato: la Warner Bros (proprietaria della DC Comics, cui appartengono tutti questi personaggi) ha più o meno convintamente cercato di realizzare in passato, o ha da poco messo in cantiere, tutti questi progetti.

In conclusione, il film è tutto sommato deludente: l’espressione che mi viene in mente è quella di un’occasione perduta. Per consolarmi, non ho trovato di meglio che riprendere in mano il libro di Matheson. Buona visione.

  1. Ciao giò,
    l’appuntamento con le tue recensioni dei film è la cosa che davvero più mi fa sballare su il grande cocomero.
    Una rubrica davvero preziosa.
    Il libro con i racconti di Matheson me lo hai regalato tu (credo). “Io sono leggenda” è un racconto notevole… L’ho letto quando ero militare, e precisamente durante le “guardie al capoposto” nei luoghi sperduti del comprensorio di Persano (sotto gli alburni tra Battipaglia ed Eboli).
    Ricordo che d’estate la notte era illuminata da migliaia di lucciole.

  2. valeriacristina

    Splendido post Gionni. Nostalgia del libro e curiosità per gli altri due film che ne sono tratti. Ho riletto e visto, e ho desiderio di commentare. Avvertenze per la lettura: se non avete visto le altre riproduzioni cinematografiche, sappiate che rivelerò tutta la trama.

    2007: Io sono leggenda
    Tu scrivi che il finale è buonista, io aggiungerei polital correct.

    1971: Occhi bianchi sulla Terra
    E qui si vede come la sceneggiatura del film del 2007 affonda a piene mani in questa riproduzione cinematografica.
    La scena in cui Will Smith percorre le strade di New York (strada centrale, macchina in moto, palazzi ai lati) è molto simile a quella di Charles Heston che guida una cadilllac rossa. Charles Heston va a vedere un film in un cinematografo, per la precisione Woodstock, Will Smith prende film in dvd o video cassette da vedere a casa. Charles Heston corre per la città per fare moto e distruggere gli altri segnando su una cartina i posti perlustrati, Will Smith fa ginnastica in casa e gira per la città segnando su una cartina i posti liberi dai mostri.
    Will Smith parla con dei manichini sapientemente piazzati in un negozio, devo ammettere che riesce a rendere perfettamente il fragile limite che lo separa dall’impazzire, Charles Heston gioca a scacchi con un busto e anche lui trasmette il suo fragile equilibrio alimentato anche dagli scontri con i “cattivi”. Ed ancora, guarda un manichino femminile con interesse, Will Smith cerca di fare amicizia con un manichino femmina.
    Entrambi troveranno una donna sul loro cammino, ma mentre nel film del 1971 oseranno di più, nel 2007 la donna sarà solo il tramite per la riconquista della Terra. Anche nel film con Charles Heston c’è un finale con la morte del protagonista che si immola per la sopravvivenza della specie umana, ma è meno plateale (niente esplosioni). Gli uomini dagli occhi bianchi sono persone che a causa di un epidemia batteriologica hanno contratto una malattia che li rende fitofobici e che prima o poi li condurrà alla morte. La loro sopravvivenza è legata anche al rifiuto della tecnologia che li ha portati ad ammalarsi e diventa la loro crociata. Si vestono con saio con cappuccio e rifiutano la possibilità di essere guariti. Charles Heston viene trafitto con una lancia in una fontana e rimane appeso come se fosse crocifisso. La metafora è chiara e ricorda percorsi storici. Ma l’importante è che il vaccino non andrà perduto e darà una speranza ad un pugno di bambini e a due adulti.
    Manca il cane ed i flash back…

    1964: L’ultimo uomo sulla Terra
    Qui il cane c’è, per una breve e fugace apparizione, c’è un Vincent Price molto algido, come se l’essere rimasto solo lo avesse privato di qualunque emozione umana. Forse il regista lo aveva immaginato così, forse era il modo di recitare di quegli anni (almeno in questo genere di film), ma è una pellicola che mi ha lasciata interdetta, tranne per il finale in qualche modo ricalca il libro. Ci sono anche i flash back in cui il protagonista rivive i momenti tragici dell’epidemia attraverso l’esperienza personale: la figlia che muore e il cui corpo viene bruciato insieme ad altri corpi, la moglie che invece lui seppellisce e ritorna come vampiro. La caccia che i diversi gli danno, quelli che lui trova e uccide con il paletto nel cuore. La donna che lui trova e scopre subito (nel libro ci vogliono molte pagine prima di capire) che è una di loro, ma che è riuscita a non avere problemi con la luce solare. Vincent Price muore perché anacronistico, ma il regista decide di strafare e lo fa uccidere in una chiesa ai piedi di un altare. Avrebbe avuto senso se la sua morte fosse servita a qualcosa, ma muore e basta. Poteva accadere in qualunque posto, anche nella casa rifugio (come nel romanzo), lasciandogli la possibilità di inghiottire una pillola di veleno: l’importante era che morisse e che di lui rimanesse solo leggenda.

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