Cloverfield

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Di Matt Reeves. Con Lizzy Caplan, Jessica Lucas, T.J. Miller, Michael Stahl-David, Mike Vogel, Odette Yustman. Genere Azione, colore 85 minuti. – Produzione USA 2008 – Distribuzione Universal Pictures

Ieri sera, dopo una sconfortante giornata di lavoro, con i colleghi abbiamo deciso di andarcene a vedere questo film, da pochissimo uscito nelle sale. Da dove cominciamo?

Uhm… Fate conto che sia maggio, e siete a una festa a sorpresa per salutare l’imminente partenza di un amico, quando un improvviso tremore e un’esplosione scuotono la skyline di Manhattan. A questo punto, la serata si trasforma in un incubo e la notte si carica di pericoli, alcuni dei quali ancora sapientemente celati dal regista e dagli sceneggiatori.

L’uso delle camere a spalla ci coinvolge a 360° nel dramma. Corriamo e inciampiamo con uomini e donne impazziti dalla paura, con loro scendiamo in strada increduli e ci rifugiamo dentro ai negozi per sfuggire alle nubi di polvere e fumo sprigionate dal crollo dei grattacieli, con loro assistiamo impotenti allo spettacolo della testa della Statua della Libertà che precipita in strada, o di un enorme, lovecraftiano tentacolo che si abbatte sul ponte di Brooklyn proprio mentre la folla terrorizzata tenta di mettersi in salvo, con loro scendiamo nelle oscure gallerie della subway dove ci attendono voracissimi ragni “alieni”.
Intanto, in superficie, alcuni rapidissimi fotogrammi rivelano a poco a poco la realtà: una mostruosa immane creatura, venuta da chissà dove, sta facendo scempio di grattacieli e vite umane, mentre partorisce i voracissimi ragni di cui sopra. Neanche l’esercito sembra avere i mezzi per fermarne la furia distruttiva, e i soldati non possono fare a meno di prestare i soccorsi alla popolazione e organizzarne l’evacuazione prima che, inevitabilmente, venga attivato il protocollo “Tabula Rasa”.

Il meccanismo della sospensione dell’incredulità (per tutta la durata del libro, dell’opera, del film, chi assiste/legge viene coinvolto e catapultato in un mondo fittizio, le regole e le dinamiche del quale apprende e, soprattutto, dà per scontate man mano che procede lo spettacolo a cui assiste) in questo caso funziona liscio come l’olio: per tutta la durata del film, teso come una corda di violino, ho assorbito tutte le emozioni del film.

Cloverfield deve molto a tanta filmografia fantascientifica/horror, vecchia e nuova; ma emergono anche i rimandi all’11 settembre, che sono immediati; più volte, durante la visione del film, mi sono chiesto se queste fossero le emozioni (nel senso più pieno del termine) che provò chi visse in prima persona quel martedì nero. Ciononostante, Cloverfield rimane un film di fantascienza. Tra l’altro, gli appassionati sapranno già che questo film porta la firma di J.J. Abrahams e Damon Lindelof, i creatori di Lost. Proprio come nel serial (al quale, all’inizio del film, i più attenti troveranno qualche riferimento…), una situazione apparentemente normale (come può esserlo un disastro aereo, chiaro…) nasconde invece misteri insondabili.

A prescindere dai gusti personali, trovo che la fantascienza sia un genere che, forse meglio di altri, si presta a sondare le più profonde paure dell’essere umano. La paura dell’ignoto, il terrore di ritrovarsi in una situazione che in pochi istanti ha perso qualsiasi suo connotato di normalità, la coscienza della propria impotenza di fronte a qualcosa che – fra qualche minuto, o fra qualche ora – ci annienterà.

Ecco, nel film c’è tutto questo. Ma ci sono anche il coraggio dell’uomo, che esplode in lampi inaspettati quando veniamo messi all’angolo, o la capacità di reazione e l’istinto di conservazione, che ci rendono capaci di attingere a risorse insperate, o la nobile coscienza di ripiegarsi sul sentimento essenziale, l’amore, proprio al momento della fine.

Fin dalle inquadrature iniziali, l’esito del film è ovviamente scontato. Ma lo spettatore viene avvinto dall’uso delle handycam, un po’ come succedeva nel celebre, ma modesto Blair Witch Project; lì, però, si giocava solo ed esclusivamente sulle atmosfere orrorifiche e il reveal orrorifico durava solo una frazione di secondo, alla fine del film. Qui, invece, l’attacco della creatura diventa il pretesto per raccontare una storia diversa, meccanismo semplice eppure vincente nel trascinare lo spettatore in un vortice senza via d’uscita.

Anche la promozione del film ha seguito una strategia molto sapiente: per mesi, l’unica immagine di dominio pubblico era quella che trovate all’inizio del post, e anche il trailer non rivelava niente più che qualche inquadratura della festa e la prima, sconquassante esplosione. Anche il titolo, Cloverfield, non diceva niente di più: insomma, un “campo di trifoglio” nel mezzo di New York, che sarà mai?

Una menzione d’onore per la colonna sonora: hip-hop e house dominano al momento della festa, ma da quel momento in poi scompare completamente per tutto il film, lasciando il meritato spazio ai suoni e ai rumori della catastrofe; e riprende fragorosa durante i titoli di coda, con una suite che strizza l’occhio al primo, indimenticabile film di Godzilla. Stupendo.

In conclusione, il film mi è piaciuto proprio. Certo, si tratta di un’opera comunque molto semplice, ma davvero era da qualche tempo che non mi capitava di rimanere incollato sulla poltroncina del cinema con tutti i muscoli tesi, in preda all’ansia più totale per quello che stava accadendo sullo schermo. E credo che questo, comunque, sia quello che ogni spettatore desidera. Buona visione.

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