Stefano Benni: Rap, blues e altri pianeti strani

Da Cappuccetto nero ai bar più strani del mondo.

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Martedì 26 febbraio al Metropolitan di Palermo, si è esibito Stefano Benni accompagnato nella sua performance da due musicisti straordinari Paolo Damiani (al violoncello) e Gianluigi Trovesi (clarinetto e fiati).

I luoghi sono quelli consueti della Bennicosmologia e, di fatto, molto ammiccanti, nello spirito e nello stile, all’universo di Italo Calvino (pensiamo alle Città invisibili, alle Cosmicomiche ed ai racconti incompleti di Sotto il sole del giaguaro).
Il tutto viene trattato con leggerezza: come se si fosse seduti in un salotto, su di un divano… quasi sovrapensiero.

Ed è un vero piacere seguirlo nelle sue Stanze (così da Benni chiamate) dove si accumulano e affestallano storie paradossali e personaggi surreali.
Si inizia con la storia di One hand Jack, il contrabbassista da una mano sola.
Dal jazz scivoliamo nel blues parlando di anime.
Poi si fa un passo indietro e nella oscurità di un palco immaginario , compare la silouette di una donna di colore, insultata da un pubblico del profondo sud statunitense: ma Billie Holiday sa difendersi, ma forse dalla vita no…
Non rimane, allora, che rifuggiarsi nel sogno, la seconda stanza, e sogniamo i bar: i bar impossibili di Benni.
Quei bar dove tutto si mescola e si conofnde anche l’amore e l’eros: raccontato con alcune poesie che scivolano via, come un amplesso d’altri tempi, verso la fine dello spettacolo.

Alla fine Benni regala due pezzi: La Luisona (di Bar Sport) e la favola di Cappuccetto nero: un esilerante remake della più nota fiaba.

Di questo autore mi piace la sua capacità visiva, di creare, dare corpo, vita e solidità visiva alle immagini letterarie.

Meritano, infine, una notazione particolare le musiche ed i musicisti: parti integranti e rilevanti dello spettacolo.
Alla stesura letteraria della prosa di Benni fa da contraltare la partitura musicale di questi due eccezionali maestri.
Direi, anzi, che la legerezza dell’incedere di Benni, è stata contrappuntata dalla consistenza e dalle rilevanza delle musiche.
Unica concessione alla tecnologia era l’uso del pickup piezoelettrico applicato al violoncello che permetteva al maestro Damiani di costruire sia dei fraseggi multi timbrici, sia di creare (in loop) universi di armonie.
Il tutto senza la minima sbavatura sia compositiva, sia per quanto attiene all’esecuzione.
Senza parole.

Informazioni su Avv. Gerlando Gibilaro

Avvocato - esercita presso la Corte di Appello di Palermo
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