The Cure – 4TourEurope – Roma, 29 febbraio 2008

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L’ultima volta che li vidi dal vivo era il 2005, e i Cure suonavano al Teatro Greco di Taormina. Li ritrovo quasi 4 anni dopo, e mi piace che l’appuntamento si ripeta proprio oggi, il 29 febbraio, il giorno che non esiste, creato dalla somma di ore e minuti miracolosamente scampati agli anni precedenti. Il giorno dell’”anno bisesto, anno funesto”.

Intorno al Palalottomatica si respira proprio quest’aria: l’ineluttabilità di un avvenimento che si ripete, e che mantiene comunque intatto il suo fascino. Trovo i miei compagni di avventura, Roberto e Alessia, saluti rapidi ma tanta è la voglia di immergersi nell’atmosfera del concerto che i convenevoli durano pochi secondi; insomma, niente birre né veloce “stizza” dedicata al concerto imminente, e si entra. Siamo nel parterre, l’unica sezione del Palalottomatica che garantisca un’acustica decente.

Alle 20.50, con soli 5 accademici minuti di ritardo sull’orario ufficiale, le luci si abbassano di colpo e mentre la folla esplode, partono gli accordi di Plainsong. Da lì in poi, inizia un viaggio di 3 ore e 5 minuti, ma lungo 30 anni, attraverso alcune delle più perfette canzoni dei Cure: Plainsong appunto, poi Prayers For Rain, A Strange Day, alt.end, The End of the World, The Walk, Lovesong, To Wish Impossible Things, Pictures of You, Lullaby, From the Edge of the Deep Green Sea, Please Project, Push, Friday I’m In Love, Inbetween Days, Just Like Heaven, Primary, A Boy I Never Knew, Us or Them, Never Enough, Wrong Number, One Hundred Years, Disintegration.

Mr. Smith, che a 17 anni diceva sarebbe morto prima dei 25, oggi è appesantito dall’adipe (ma molta meno rispetto a Taormina!) e dai suoi 48 anni, ma dalla mia posizione – dritto per dritto vicino al palco ma non troppo, saranno 15 metri – lo vedo costruire sulla chitarra l’ossatura delle canzoni, mentre sorride e gongola, balla e fa le sue mossette, si muove da un lato all’altro del palco per assicurarsi che anche quelli in tribuna laterale abbiano il loro momento di gloria.
Gli altri fidatissimi membri della band forniscono le solite, inossidabili certezze: Porl Thompson, pelato e vestito di un’improbabile camicia attillata e gonna-pantalone semi-trasparenti, tesse con le sue chitarre trama e ordito di canzoni che, da quando non ci sono più tastieristi nella band, secondo me hanno acquistato nuova linfa e freschezza; Jason Cooper picchia sulla batteria come un aggraziatissimo fabbro, garantendo potenza squassante ma anche tanti virtuosismi, variazioni, accelerazioni o rallentamenti di ritmo; Simon Gallup, al quale uno accanto a me grida tipo mille volte “Daje, Simò!”, si presenta con una pettinatura di un rosso sgargiante e magro come sempre, ma si muove come un forsennato per tutta la durata del concerto, con il basso rigorosamente sotto le ginocchia, come al solito.

Per tutto il concerto, ballo e salto e canto e pogo e rido e assisto estasiato. Fino al momento in cui realizzo finalmente, e in modo definitivamente chiaro, quello che sta succedendo sul palco: Robert Smith e gli altri si stanno rigenerando, coccolati dal muro di urla e applausi che il pubblico romano gli regala. Come vampiri, lui e la band si nutrono avidamente di quelle stesse emozioni che stanno regalando alla gente, in un inarrestabile circolo vizioso fatto di canzoni, più o meno note al grande pubblico, ma contagiose, in maniera conclusivamente irresistibile. C’è poco da fare: la grazia di un concerto dei Cure non sta solo nelle canzoni, ma risiede anche nell’atteggiamento di Smith e dei suoi: si stanno divertendo, e si vede lontano un miglio.

E man mano che il concerto procede, le emozioni crescono e pure la stanchezza, ma nell’infilata Friday I’m in Love-Inbetween Days-Just like Heaven, c’è l’adrenalina pura di alcune tra le più perfette canzoni pop di tutti i tempi. Paradossalmente, i Cure sono considerati i capostipiti della musica dark, grazie alla fama che le sonorità e i testi di album come Faith, Pornography, Disintegration (“the best album ever!”, in una mitica puntata di South Park) e il mediocre Bloodflowers gli hanno fatto guadagnare. Eppure, i Cure non sono soltanto questo. Sotto le tinte fosche del goth dark, sotto i capelli sparati, il cerone bianco, il rossetto e il mascara in cui affogano gli occhi di RS, c’è un’anima indubbiamente pop.

Le ultime note di Disintegration sono ancora nell’aria, ma il buio non placa un pubblico davvero assetato di altre canzoni; e allora, Smith e compagni escono tre volte ancora: al primo giro, At Night, M, Play For Today (l’oo-ooo-oo del pubblico, che accompagna le parti suonate, è da brividi!), la mitica A Forest.
Per il secondo giro di encores, Robert Smith lascia la costruzione del suono ai suoi e abbandona la chitarra, ma con mossette, sorrisi a piena bocca e goffi passi di danza, ci precipita tutti, dritti dritti, in pieno delirio disco-pop anni ’80: Lovecats, Hot Hot Hot!!!, Let’s Go To Bed, Freak Show, Close To Me, Why Can’t I Be You?.
Ora, la fine del concerto incombe, c’è solo il tempo per un ultimo tuffo, questa volta nel post-punk di Three Imaginary Boys, il primo album: Boys Don’t Cry, Jumping Someone Else’s Train, Grinding Halt, 10:15 Saturday Night, Killing An Arab.

Sono passate 3 ore e 5 minuti ininterrotti dall’attacco di Plainsong, le luci si riaccendono e veniamo trascinati fuori da un fiume di gente stanca e sudata e rintronata, ma senza alcun dubbio felice. Fuori, l’aria è frizzante, ma saluto gli altri e mi godo gli ultimi scampoli di questo 29 febbraio passeggiando verso la macchina. Da domani, saremo di nuovo inconsapevoli dei minuti che goccioleranno fino a colmare il bicchiere di un nuovo 29 febbraio. Da domani, comincerò piano piano a riprendere la voce che ho perso stasera.

  1. Meraviglioso! Mi hai battuta sul tempo. Ero al concerto dei Cure e volevo scrivere un post. (Anch’io nel parterre).
    Hai scritto benissimo e leggerti mi prolunga il piacere di ieri sera-notte.
    a.

  2. bellissimo!!! anch’io ero in parterre!!! per il QUINTO concert dei Cure!
    ciao Las ciao a tutti!

  3. Recensione perfetta la tua. Caspita!
    Eravamo a pochi metri di distanza allora.. questo è stato il mio secondo concerto dei Cure.. il primo fu nel 2004 a Bagnoli, ma ero ancora piccolina per conoscere bene le canzoni e per entrare nell’anima di Robert.. ero attratta dalle sonorità e dai bassi di Faith, l’album di cui mi innamorai, assieme a Three immaginary boys (e tra le ultime canzoni del concerto di venerdì, ce n’erano un paio!!) e Disintegration. Ora di tempo ne è passato..io sono cambiata, e diverso è lo spirito con cui ho assimilato negli anni ben 15 cd e le ennesime tre lunghe meravigliose ore di debutto. Sono ancora scioccata..

    Un abbraccio.

  4. stefano

    Ciao Ragazzi,

    volevo condividere con voi la gioia infinita di queste 3 ore da urlo!!… a 50 anni “il nostro” riesce a stupire x la potenza vocale e la tenuta…nnstante la panzetta e la birra!!
    ….ho una cover band e facciamo solo e rigorosamente Cure…se c’è qualche tastierista AMANTE DEI CURE..beh sai dove cercarmi!
    un abbraccio..e speriamo tornino presto.
    imaginary boy.

  5. raffa

    ciao, grandissimi! c’ero anch’io nel parterre venerdì sera, un concerto meraviglioso! e ancora la voce non mi è tornata del tutto!

  6. Soleluna

    bellissima recensione…senza parole.
    c’ero anche io, parterre, al centro.
    Non ho ancora realizzato.

    quello che hanno visto gli altri…mi aiuta….anche se sarebbe bello non svegliarsi da quel sogno…

    anto

  7. gionni

    Wow, sembra che un bel pò di quelli che venerdì sera cantavano sulle note dei Cure si siano ritrovati qui. Grazie a tutti!
    Stefano, ma vivi a Roma anche tu??? Da ragazzino suonavo anch’io in una band, abbiamo avuto vita brevissima ma ci siamo divertiti tanto. Purtroppo però sono un chitarrista, ma non si sa mai, no?

  8. Che concerto spettacolare!!! Un ‘unica grandissima ed irripetibile emozione durata oltre 3 ore…sono partito dalla provincia di Brindisi per assistere a questo loro concerto e devo dire che tutti i sacrifici fatti per venire a Roma sono stati indubbiamente ripagati…
    Adoro il loro modo di riarrangiare le loro song con questa line-up senza tastiere…hanno dato un’impronta decisamente più “rock”….tipo NEVER ENOUGH,US OR THEM,PUSH,WRONG NUMBER ….e poi l’estasi con PRIMARY riarrangiata a quella maniera e l’esecuzione di WHY CAN?T I BE U,HOT…,JUMPING…
    …e poi,la coreografia….bellissima,sia il palco,spettacolare, e sopratutto noi,che ci siamo “scatenati” con la loro musica….
    Io ero nel primo anello,circa alle spalle del fonico,6 fila a partire da sotto e,nonstante dovessimo stare seduti,dopo un pò di pezzi,tutto il palalottomatica(compresi noi) si è alzato in piedi a ballare con le note di questi 4 “rqgqzzini” che ci hanno regalato in 30 di musica,tantissime emozioni…
    Saluti

  9. Ragà,una curiosità? Quanti potevamo essere?

  10. Sara

    Io me li sono visti anche a Milano proprio ieri…Nulla in confronto a Roma…Robert era decisamente più divertito, più preso da tutti noi..
    uno spettacolo..

    Certo anche per me…Taormina rimane un Vero e proprio sogno…non lo dimenticherò mai…
    *__*

    E cmq…a Milano..ci ha deliziati di una dolce “if only tonight we could sleep..”

    Incanto…

  11. Incredibile anche per me… Vienna, Roma, Milano… uno dietro all’altro, uno meglio dell’altro, uno diverso dall’altro, ognuno indimenticabile piu dell’altro…

    A Roma ho conosciuto quattro ragazzi di Bari, mi sono sembrati folli perchè dopo il concerto tornavano a casa… parlo proprio io… che parto dalla Liguria per unirmi agli amici a Torino e partire per il tour dei Cure…

    E’ un onore condividere con voi queste emozioni!

  12. Giorgio

    Semplicemente fantastici.. sono riuscito atrovare due biglietti ad un rivenditore.. quando su ticket one c’er agià il sold-out… posti tribuna A.. 100 euro a biglietto… credetemi..gli avrei dato anche 500…. Il gruppo della storia…senza dubbio..a mio parere….!!!!!!! ho avuto i brividi da Plainsong a Killing in Arab, Smith….sei unico…. un saluto a tutti…..The Cure a vita…..

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