Una sana invidia

Ci sono parole che ci sollevano dalle tenebre e sentimenti che fanno in modo che un filo ci corra su per tutta la schiena. Il freddo e il caldo si confondono tra di loro, la notte sfuma nel giorno senza che ce ne accorgiamo e il cibo diventa sostanza ininfluente perché sono le mille pile che abbiamo sotto la pelle a tenerci in equilibrio perfetto con il resto del mondo. E’ capitato un po’ a tutti di poggiare i piedi non sulla nuda terra ma sull’inconsistente aria giacché il suolo quel giorno non aveva bisogno di noi perché noi eravamo al di fuori dello spazio e del tempo. E’ capitato un po’ a tutti di cibarsi di sole emozioni, di sprofondare irrimediabilmente negli occhi di qualcuno e di non aver alcuna voglia di risollevarsi da questo tipo di guaio. Strano l’amore. Bello e irrinunciabile, spia dei nostri cuori, perché ci avvolge in un inconfondibile alone che ci rende chiari agli occhi di tutti, trasparenti.

Ma ci sono altre emozioni che ricalcano il solco della nostra schiena, non scevre da eventuali tradimenti, ma non per questo meno elettrizzanti e portatrici di speranze. E anch’esse si cibano di parole che ci sollevano dalle tenebre, pronunciate affondando gli occhi nello sguardo attento di un’altra persona.

Ci sono dichiarazioni che sanno d’amore e altre che sanno di amicizia, quella per la quale un tempo trepidavano sia anima che cuore, perché un tempo ero dedita alle credenze platoniche delle cose che anche se nate non potevano mai morire. E invece morivano, più di una volta. Il fatto di credere fermamente nell’esistenza di qualcosa di così semplice e complesso come l’amicizia non mi ha mai premiato con il viverne una vera sulla pelle. Analizzando la situazione non so dire di chi sia stata la colpa, se di colpa dobbiamo parlare, forse di una mia peculiare lentezza capace solo di allontanarmi da una verità che ho fatto mia: siamo quello che siamo anche in base agli incontri fatti nella nostra prima vita. Ma i tempi erano acerbi e le mie poche relazioni erano fra me e la pura fantasia, l’unica che mi concedeva le risposte che volevo sentire. Se ci sono casi in cui servono le dita di una sola mano per conteggiare determinate cose, ecco, questo è il caso giusto e le cinque dita per me sono più che abbondanti per visualizzare quelle che definirei le pseudo-amicizie della mia adolescenza. Pseudo, perché mi sono resa conto, con estrema lentezza, che è più l’affetto che la reale intesa che mi lega a una determinata persona che me la fa definire tale.

Non c’è nulla di male ad aprire gli occhi e io adesso non ci rimango più male. Me lo aspetto, per tanti motivi e soprattutto perché una cosa finalmente l’ho capita: ciò che non riesco a trovare in una sola persona posso trovarla in due, tre, mille, nei frammenti del loro modo di essere e di pensare e attingere da esse, svuotarle di ciò che mi fa bene donando ciò che esse vorranno da me.

Ma l’idea platonica di un sentimento puro e irripetibile resiste in me e nel mio modo ingenuo di vedere il mondo. Risiede sempre e comunque in un unico essere che porterò sempre sul palmo della mano, con il quale litigherò sempre perché insisterà nel voler calpestare il suolo alla mia stessa altezza (lo so, non è qualcosa di paritario, ma certe cose sono dure a morire). Ed è per questo che, per me, esisteranno sempre parole capaci di sollevarmi dalle tenebre scuotendo in me sentimenti e passioni sopite, parole che resisteranno ad ogni mondo perché legate insieme diventano pura espressione di qualcosa di indefinito e unico. E una sana invidia sorge spontanea nei confronti del principe Amleto e del prezioso Orazio, per queste parole, le loro parole, stralcio della loro vita e del sentimento che li unisce, sopravissuto ad ogni cosa, superiore a distinzioni di ogni sorta.

Atto terzo, Seconda scena: sala in castello.

[…]
Amleto
: “Olà, Orazio.”

Entra Orazio.

Orazio: “Eccomi, signor mio: ai vostri comandi.”

Amleto: “Orazio, tu sei l’uomo più giusto a cui mi sia finora occorso di rendere il saluto.”

Orazio: “Mio caro signore…”

Amleto: “No. Non credere che io voglia adularti. A che scopo? Quali vantaggi potrei aspettarmi da te che non hai per mangiare e vestir panni altra ricchezza fuori del tuo vivace ingegno? A che, adulare un povero? No. La lingua melliflua lecchi pure la pompa immeritevole; si pieghino le ricche giunture dei ginocchi là dove lo scodinzolare frutta vantaggi. Capisci? Da quando l’anima mia, che m’è cara, fu padrona di scegliere e apprese a distinguere uomo da uomo, scelse te, e ti segnò del suo sigillo; te, perché tu sei stato sempre uno che tutto sopportando nulla subisce e con pari animo accoglie i favori e gli schiaffi della Fortuna. Ah, benedetti siano quelli nei quali sono istinto e raziocinio così contemperati, che alla Fortuna non si fanno zampogna pronti a dar suono comunque a quella piaccia diteggiare! Mostrami un uomo che non sia schiavo delle passioni, e me lo porterò chiuso nell’intimo del cuore, nel cuor del cuore, come ora te. Ma di ciò basta. Troppo ho detto. – […]

Tratto da: “Amleto” di William Shakespeare, Giulio Einaudi editore, 1956, 75 – Traduzione di Cesare Vico Lodovici.

E adesso vi chiedo: conoscete anche voi parole simili, se non più belle, capaci di sollevarvi dalle tenebre? Parole tratte da libri o saggi o, ancor meglio, pronunciate per le vostre orecchie dalla bocca di una persona in carne e ossa? O ricordi di sguardi che tutto dicono, senza il bisogno di altri supporti? Se li avete scriveteli, raccontateli (o riviveteli dentro di voi) cosicché io possa godere della vostra fortuna passata e recente. E non temete: cercherò di provare per voi solo una sana invidia.

  1. mafalduccia

    “la miglior specie di amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme ,senza dire una parola, e quando vai via ,senti come se fosse stata la miglior conversazione mai avuta”. ( non ricordo l’autore)

    E poi mi viene di scrivere (Shakepeare “Giulio Cesare”)

    BRUTO: nelle cose umane si risentono, come negli oceani,gli effetti della marea, che se noi la cogliamo al flusso, può portare al successo, e che se invece venga trascurata, il viaggio della vita si arena tra i banchi di sabbia e miserie.Noi siamo ora su questo libero mare e dobbiamo seguirne la corrente per quanto essa é proprizia, o rassegnarci a perdere tutto il carico.

  2. valeriacristina

    Una sana indulgenza … verso me stessa

    Ho ripensato a distanza di tempo a questo post e mi sono chiesta se Orazio e Amleto non possano risiedere nella stessa persona.

    Amleto: “Olà, Orazio.” Entra Orazio. Orazio: “Eccomi, signor mio: ai vostri comandi.”

    L’ho fatto di prima mattina, con gli occhi ancora impastati di sonno, mani appoggiate sul lavandino. Specchio sopra al lavandino … ho sollevato il viso e la prima cosa che ho visto – non necessariamente la prima in assoluto – è la mia faccia.

    “Olà, Orazio”

    Il mio primo pensiero è stato, lo confesso, di incertezza: la miopia mi impedisce di vedere bene le mie fattezze mattutine. Bella o brutta che io possa essere, sono io e so che non mi rivolgo a me come Amleto al suo amico:

    Amleto: “Orazio, tu sei l’uomo più giusto a cui mi sia finora occorso di rendere il saluto.”

    Ma se provassi a dirmi una frase del genere, non starei certo adulandomi (come non lo fa Amleto), ma provando indulgenza, tenerezza verso me stessa.
    Perché no? L’essere indulgente con me stessa non mi impedirebbe di riconoscere i miei limiti, ma mi disporrebbe a volermi bene così come sono, a spronarmi con dolcezza nel migliorare (sempre che lo voglia), nel non castigarmi se fallisco. E questo modo di rapportarmi con me lo trasporterei nel rapporto con gli altri: non mi aspetterei da loro quello che non sono in grado di darmi. Tra l’essere una persona attenta alle esigenze altrui, al sintonizzarmi sulla frequenza di chi ho davanti, sempre e comunque, anche sbagliando frequenza in alcuni casi, comincio a desiderare di essere amorevole verso chi mi circonda soprattutto verso di me.

    I dialoghi riportati sono presi dal post dove è presente la nota bibliografica.

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