Peter Cincotti – Roma, 5 aprile 2008

Questo concerto l’ho aspettato con una strana trepidazione: un pò perchè mi piace molto la musica che suona, un pò perchè tempo fa una canzone del nostro mi aveva fatto iniziare in modo speciale una giornata: per chi fosse divorato dalla curiosità o dalla smemoratezza, il resoconto di quelle prime insolite ore è qui

Comunque. La cornice è quella dell’Auditorium, sala Sinopoli. Il pubblico è eterogeneo, ma la media tende sicuramente al basso. Alle 21,15 si spengono le luci e i musicisti prendono posto sul palco. PC è l’ultimo a salire, e una vera e propria ovazione esplode dalla galleria e dalle platea gremite. Da Angel Town in poi, comincia un viaggio sulle note di East of Angel Town, l’unico disco in cui le atmosfere jazz degli esordi lasciano il posto a sperimentazioni marcatamente più pop. Le canzoni ci sono tutte, credo nello stesso ordine in cui si trovano sul cd, tranne ovviamente Goodbye Philadelphia, che visto il successo di pubblico il nostro decide di piazzare verso la fine della scaletta.

Un po’ di annotazioni e sensazioni. Innanzitutto di colore: ma quanto mi piacciono i concerti jazz (o di genere), in cui i musicisti suonano in giacca e cravatta. Non so, forse è l’eleganza intrinseca dell’abbigliamento, forse la classe del suonare così vestiti, o forse l’apparente dicotomia che esiste tra il vestirsi “ingessati” e le avvincenti energie che si sprigionano dagli strumenti. Un pò di tutto questo, forse. Certo, anche la marpionaggine di musicisti che piacciono anche perchè molto eleganti.

La fine di ogni canzone è accompagnata da un’incredibile ovazione, davvero non pensavo il pubblico romano rispondesse con tanto calore; mi torna in mente il trasporto che seguiva ogni esecuzione di Giovanni Allevi, anche se i due suonano tipologie di musica molto differenti. Ci sono tanti ragazzi, anche più giovani di me. E pure tante persone anziane. Insomma, una musica trasversale, che ammicca ai giovani, solleticandone gli appetiti più “commerciali”, ma che non manca di rispetto agli ascoltatori più anziani, rendendo omaggio a decenni di musica jazz e d’impostazione più classica. Certo, la voce di Peter Cincotti non è indubbiamente eccezionale, anche se sospetto in due occasioni durante il concerto l’impianto audio faccia un pò le bizze, ma le sue radici jazz emergono a tratti ma violentemente, e ad ogni modo il meglio dello spettacolo è rappresentato senza dubbio dalle esecuzioni più movimentate. Insomma, le esecuzioni più soft hanno una patina “piaciona”, sono comunque coinvolgenti, anche se denotano una certa freddezza; ma non appena il ritmo si fa più incalzante, allora lo stesso Cincotti si muove come un indemoniato sui tasti e anche gli altri musicisti si lanciano in improvvisazioni e assoli che elettrizzano tutto il pubblico, che da par suo risponde.

Bellissimo concerto dunque, e un’esperienza indimenticabile. Come la pizza provola e speck che ho mangiato dopo, e che ancora mi balla dentro a due giorni di distanza. Ma questa è onestamente l’unica nota un pò così di un viaggio altrimenti splendido.

Un Commento

  1. Angelica

    Io c’ero!! anche io ho scritto molto su questa serata magnifica…una vera e propria sorpresa, nonostante ormai conosca la musica di Peter da qualche anno.

    Bellissima recensione

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