Letture che sanano l’anima

“Moby Dick o la Balena” di Herman Melville
Capitolo VII – La cappella –
traduzione di Cesare Pavese
Adelphi Edizioni – 1996

[…] Non c’è nemmeno bisogno di dire con quali sentimenti, la vigilia di un viaggio a Nantucket, io considerassi le lapidette di marmo e, alla luce penosa di quel giorno oscurato e dolente, leggessi il destino dei balenieri che mi avevano preceduto.
Si, Ismaele, uno stesso destino può essere il tuo. Ma, in certo modo, ritornai allegro. Deliziosi motivi di imbarcarmi, bella probabilità di promozione, no? Una lancia sfondata mi avrebbe reso immortale, per brevetto. Si, c’è la morte in questa impresa della caccia, l’indicibilmente fulminea, caotica spedizione di un uomo nell’Eternità. Ma e con questo? Io credo che abbiamo preso un abbaglio in questa faccenda della Vita e della Morte. Credo che ciò che chiamano la mia ombra sulla terra sia la mia sostanza vera. Credo che nel guardare alle cose spirituali noi siamo come ostriche che osservano il sole attraverso l’acqua e ritengo quell’acqua densa la più sottile delle atmosfere. Credo che il mio corpo sia soltanto la feccia del mio essere migliore. Di fatto, prenda il mio corpo chi vuole: prendetelo, non sono affatto io. E allora tre evviva a Nantucket, e venga la lancia sfondata, e il corpo sfondato, quando vogliono, poiché, di sfondarmi l’anima, nemmeno Giove è capace.

Non so voi,
ma io,
quando leggo questo brano,
non provo più paure,
di niente e per niente…

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